sabato 17 febbraio 2018

L'ANTIFASCISMO XENOFILO: "DIALETTICA" LIBERALE ANTIPOPULISTA (SEDARE LA LOTTA DI CLASSE)

Trappola d'affari concetto di business con un funambolo che cammina su un filo che porta a una gigantesca ragnatela come una metafora per le avversità e l'inganno di essere attirato in un agguato finanziario o reclutare nuovi candidati di carriera

I. Della questione si può discutere all'infinito.
Ponendo la questione sul piano delle ideologie storiche, poiché questo è il senso comune diffuso che ne definisce i termini, si può trovare una serie pressocché indefinita di opinioni basate su ricostruzioni selettive dei fatti; una selezione guidata appunto dal "senso comune" di chi compie la ricostruzione e che, talora, si sedimenta come "auctoritas", cioè come descrizione prevalentemente accettata (...dal senso comune, nell'orizzonte transitorio di un certo periodo storico). 
La parzialità selettiva dei fatti è propria delle ricostruzioni "storiche", o ancor più, "storico-filosofiche"; e gli storici, i filosofi - e, immancabilmente, i "politologi" che schematizzano le elaborazioni dei primi per costruire una meta-ricostruzione sistematicamente avulsa dalla conoscenza effettiva di diritto ed economia - giustificano questa selettività con l'apriori del...comune sentire di cui si sentono (spesso inconsciamente) esponenziali.

II. Ciò, appunto, in una sorta di giro euristico, o uroboro, in qualità di appartenenti all'epoca in cui vivono (e si guadagnano da vivere; e dunque, per lo più, senza enunciare la premessa non secondaria che la "cultura", in un regime capitalistico, intanto dà da vivere in quanto "offra" un prodotto gradito al mercato; che, a sua volta, non è un luogo astratto e impersonale ma il conglomerato delle forze capitalistiche dominanti, storicamente individuabili in una sempre più ristretta cerchia di persone). 
Questa appartenenza (a) e questa esponenzialità del "senso comune" epocale, induce queste classi di operatori culturali a considerare, o ri-considerare (rispetto a un momento "0" precedente), le priorità (valoriali ed ermenutiche) nel selezionare i fatti basandosi sull'idea, spesso solo implicitamente ma saldamente accettata, che il passare del tempo, cioè il fluire della Storia, sia un percorso unidirezionale verso un (indefinito) progresso.

III. Parliamo, naturalmente del fascismo, e dei suoi "automatici" corollari semantici (negli slogan mediatizzati dominanti) e sintattici (nei ragionamenti che, sempre in modo per lo più inconscio, vengono sistematizzati sulla base di questi slogan, una volta espansi e resi presentabili "intellettualmente", secondo varie tecniche di linguaggio e di comunicazione).
Per quanto emerge dal lungo lavoro di elaborazione compiuto su questo blog, in base all'utilizzo coordinato di discipline quali il diritto e l'economia, - naturalmente in prospettiva storica ma, prima ancora, fenomenologica-, il fascismo è tale se e in quanto definisca un fatto istituzionale (ovviamente sovrastrutturato con una forte ideologia "suggestiva"); un fatto istituzionale che postula il capitalismo e i suoi stati di crisi successivamente alla fase in cui il regime liberal-capitalista si è visto costretto (dallo stesso sviluppo economico determinato dai suoi metodi produttivi e dal conseguente acuirsi del conflitto distributivo relativo a tale crescita), a concedere il suffragio universale. 
In questo senso è l'interpretazione dei due massimi esponenti del pensiero marxiano in Italia, e tra i più noti e accreditati al mondo, e che, in aggiunta (elemento impossibile da trascurare), sono stati altresì testimoni diretti della nascita e dello sviluppo del fascismo: Gramsci e Basso.

IV. Quando il controllo istituzionale, cioè politico-statuale, del regime capitalista viene sottoposto a uno stress eccessivo, a causa della difficoltà di controllare gli esiti del processo elettorale a suffragio universale, il capitalismo vede posto in pericolo il prediletto gold-standard (considerato il baricentro dell'assetto conservativo allocativo-efficiente del potere economico-sociale), e ricorre:
a) all'autoritarismo poliziesco, all'imperialismo militare, e/o a varie combinazioni tra i due- prima anima capitalista: finanziaria e bancocentrica;
b) ovvero a vari cedimenti a forme istituzionali che cerchino di conciliare la democrazia liberale, cioè oligarchica, (che controlla il processo elettorale con metodo idraulico) con una certa mobilità sociale, essenzialmente legata a varie forme di welfare pro-labor: quel tanto che basta per scongiurare la rivolta di massa o, peggio, la rivoluzione organizzata del mondo del lavoro - seconda anima capitalista, talora prevalente, come nel New Deal post '29, protezionista, industrialista e anti-finanziario, e, peraltro, sempre con la riserva mentale della possibilità di riprendersi quanto "ingiustamente" concesso al fattore lavoro, (magari dopo una guerra che dia soluzione agli altrimenti insolubili problemi di insufficienza della domanda aggregata e di sotto-occupazione, laddove si ritenga irrinunciabile mantenere la democrazia formale e lo Stato "liberale").

V. Nei sensi appena precisati, il fascismo è un fenomeno storicamente connotato: uno strumento di default del capitalismo, come ci dice inequivocamente von Mises, cfr; p.3 (uno strumento sempre concepito come temporaneo: come già nel caso alternativo del New Deal - e della mobilità sociale e del welfare non "caritatevole"); sottostante ad ogni forma di fascismo, dalla Marcia su Roma a Pinochet (e pur nelle evidenti differenze di presupposti economici strutturali, e di utilizzo della sovrastruttura ideologico-suggestiva, dei vari fenomeni di conservazione autoritaria) c'è sempre la riserva di riprendersi il pieno controllo dello Stato, mettendo da parte il "partito unico" o la "giunta militare" ed evitando l'effetto pretoriani. Lo "strumento di default", infatti, tende sempre a deragliare, agli occhi dei capitalisti che gli danno il via libera, in una violenza considerata negativamente (soltanto) perché non essenzialmente mirata a reprimere le istanze di partecipazione al potere economico della massa dei "subalterni" (da cui la contingente disponibilità "finale" a fare concessioni anche della "prima" forma di capitalismo, quando sia messo alle strette dall'orrore culturale per gli eccessi ideologici incontrollabili, in quanto autonomi, di quello stesso totalitarismo che gli è intrinsecamente congeniale). 

VI. Detto questo, passiamo a riportare una serie di interessanti commenti di Bazaar in "libera uscita" su blog degli amici di Sollevazione
Come tutti dovrebbero sapere, Bazaar non abbraccia alcuna ideologia marxista: egli muove dal condividere la scientificità (etica) del metodo marxiano come il più efficace, dal punto di vista fenomenologico, a risolvere il problema politico perenne del conflitto sociale tra capitale e lavoro (in modo che, effettivamente risoltolo, ciascun essere umano possa dedicarsi a ben altri problemi che quelli della fame, della disoccupazione e della "scarsità di  risorse" e possa perciò esprimere le sue piene inclinazioni per la "conoscenza", manifestate non solo sul piano della dignità, non più contestabile, di qualunque attività lavorativa egli svolga, ma, forse ancor più, nella sua connessione con lo Spirito e l'Intento della condizione umana: essere avvolto nel mistero della nascita, dell'esistenza e della morte). 
I commenti in questione sono emendati di talune parti e arricchiti da qualche link (per i non attenti o i nuovi lettori) e li ho numerati per dare allesposizione un format consueto (allo "stile" di questo blog):

1. « Ci sarà infine qualche cretino che griderà al complotto di qualche servizio segreto per favorire XYZ nelle urne. »

Io sono uno di quei cretini.

Ora, non mi aspetto che chi non abbia capito nulla di ciò che è successo negli anni'70 in Italia lo possa capire ora. È inutile citare la Cox come è inutile spiegare perché Marx sostenne il conservatore Lincoln. Ovvero è inutile spiegare le due anime storiche del capitalismo che, nella loro dialettica, offrono delle opportunità all'avanguardia democratica che per struttura, in condizioni normali, ha pochissimi spazi politici.

Ciò da cui non ci si può astenere, però, è lo stigmatizzare l'antimarxiano muoversi per appartenenza, acritico ed incosciente.

Ma che diavolo sarebbe 'sta fava di "antifascismo", fuori dalla reale concretezza della situazione storica, che viene sbandierato da generazioni di socialisti falliti?

La Costituzione è antifascista in quanto socialista. E si richiama all'antifascismo in quanto si rifà alla comunione di intenti della concreta situazione storica della Resistenza. Punto.

Ora: l'anima "nera" non è quella del "fascismo". È quella del capitalismo. Giusto?

Il socialismo nasce come anticapitalismo. Non nasce come un "antifascismo" fuori dalla storia.

Ora il capitalismo si è riproposto nel suo totalitario liberalismo ottocentesco: cosa facciamo? Continuiamo a fare gli "antifascisti" al servizio del capitale?

I democratici sono socialisti, ossia anticapitalisti: non sono né di sinistra né antifascisti che, guarda un po', trovano eco in organizzazioni tipo "Antifa" che sono TUTTE infiltrate se non direttamente finanziate dal grande capitale liberal. Così come certe formazioni di "estrema destra" come Forza Nuova.

La verità è che l'Internazionale dei lavoratori nasce in ottica anti-immigrazionista e nazional-indipendentista (qui, p.4): a farlo ora ci sono partiti e movimenti senza cultura socialista e democratica che si sono storicamente rifatti a regimi conservatori.

La responsabilità è di chi si propone come "intellettuale socialista" e continua a ragionare come la sinistra nata dal Sessantotto... ossia la sinistra neoliberista.

2. Signori, dando per assodato che conosca come la vostra posizione si distingua dal resto del pensiero di sinistra reazionario, il mio intervento è volto a criticare ciò che non considero una sufficiente presa di distanza radicale dall'antifascismo neoliberale.

Il motivo è banale: l'antifascismo degli ultimi decenni - se non di gran parte dell'intero dopoguerra - ha fallito nel suo compito di portare coscienza alle masse. Ossia ha, nell'evidenza che ci circonda, perso politicamente.

Non so se ho "cileccato", ma l'origine della mia critica è quella che ho riportato in testa al mio commento.

Poiché condividiamo una comune coscienza democratica, ossia nazionale e di classe, probabilmente converrete con me che il fascismo, storicamente, è stata una delle tante maschere del capitalismo.

Se questo è condiviso, dovrebbe essere anche condiviso che la maschera fascista, ossia al di fuori dalla Storia, è in se stessa un finto bersaglio.

Di conseguenza, qualsiasi antifascismo astorico, che si rifà ad una qualche essenza morale, antropologica, del fascismo (come quello dei Wu Ming che si chiedono come mai il loro tweet viene retuittato dai bot...), è necessaria per creare una (falsa) dialettica con lo spaventapasseri del fascismo: questa finta dialettica è quella che negli anni '70 è stata chiamata "strategia degli opposti estremismi", "strategia della tensione", da una parte fondata sulla neoliberistica equiparazione di comunismo e nazifascismo come opposti totalitarismi e, in cui, i liberali sarebbero i democratici al posto dei socialisti, dall'altra creando un divide et impera, una semi-guerra civile che ha distratto dall'unico e vero - a anche per motivi filologici - nazifascismo (qui, p.2): quello di Hallstein e dell'eurounionismo, dell'imperialistico diritto comunitario, federalista e liberoscambista.

Il liberoscambio (qui, pp. 1-3), quello che i nazisti provarono ad imporre con i panzer, come ben sapete, postula la libera circolazione dei capitali, dei beni e delle persone.
Come da tradizione del più grande Instrumentum Regni mai inventato - il cristianesimo - questo autentico atto politico volto a segmentare e a distruggere qualsiasi coscienza nazionale e di classe - quello dell'immigrazione e della tratta degli schiavi - necessita di questo moralismo peloso: che si chiami razzismo, xenofobia, fascismo, sessismo, omofobia, islamofobia, stagranfavafobia, si tratta sempre e solo di moralismo volto a sedare qualsiasi reazione patriottica e di classe e, dall'altra, far montare irrazionale panico livoroso in chi vede il pericolo di questi fatti sociali ma non ne comprende le cause ed i fini.

Usare già il termine "xenofobia" è già usare le categorie del nemico.

Tutti hanno paura del "diverso", in qualsiasi sua accezione (qui, pp. 5-8): è banale psicologia.
Tutto ciò che è volto a colpevolizzare i sentimenti che NON si possono NON provare (qui, pp.5-7.1.)è clericale pratica dell'Instrumentum Regni
.  

3. Per creare questa finta dialettica, sezionalizzante e distraente dal conflitto di classe e dall'imperialismo, la longa manus del capitale - di cui i "servizi" che non rispondono allo Stato sono, da sempre!, storicamente parte - può creare casi di cronaca. La coincidenza del fatto di Macerata con quello della povera Pamela è troppo evidente per tacciare chi ci vede una manovra politica dietro di essere un "cretino". Assomiglia troppo alla strategia della tensione.

Non si può non pensare a cosa sia successo dopo Rimini, o alla Cox, o, per altri motivi ancora, cosa sia successo a Bologna, o dopo Ustica.

Poiché ciò che argomento mi pare organico e coerente a tutti i livelli di chi prova a ragionare con il "materialismo dialettico", non può vedere una certa precomprensione a questi fatti di cronaca dovuti a motivi di antimarxiana "appartenenza".

Ora, il livore montante per il panico dovuto all'immigrazione è assolutamente preoccupante, da temere la guerra civile e il tipico utilizzo - tanto stigmatizzato da Marx ed Engels - del sottoproletariato come esercito reale per opprimere le masse di lavoratori, di disoccupati ed inabili.
Sono intervenuto a gamba tesa anche tra i "sovranisti" per criticare l'eccesso di identitarismo e l'uso di toni che si possono rivelare controproducenti, non solo per motivi coscienziali, ma anche per l'uso che ne può venir fatto dai vari panzer del politicamente corretto. Politicamente corretto, liberal, che, basti vedere i sussidiari delle scuole elementari, sappiamo essere ingegneria sociale totalitaria.

Ora, o ci si smarca da quel branco di socialisti inutili che Marx ed Engels avrebbero preso a calci nel sedere come i Wu Ming, che non fanno che amplificare la propaganda dei Saviano e dell'oppressione finanziaria, oppure in Italia non rimane veramente più nulla; manco uno scampolo di coscienza.

Io vi voglio bene: ma qui il terzo non si può dare: o a Macerata si vede un innesco volto alla strategia della tensione (di cui i fini elettorali sono ovvi), oppure non lo si vede e si dà a chi la pensa così del "cretino".

Una delle due posizioni fa cilecca. Per carità, è dialettica ma, come ho argomentato, è basata sulla coscienza di "fondamentali": non sono sicuro di aver fatto cilecca io. 

4- Un post scriptum, per massima chiarezza e tentare un Aufhebung volto a grattar via decenni di quella che io credo essere falsa coscienza sedimentata: quello che il capitale trasnazionale teme non è un partito socialista, per il semplice fatto che non esiste proprio più il pensiero socialista, ovvero il pensiero democratico.

Quello che il capitale cosmopolita e mondialista, difeso dai Toni Negri e dai Saviano, teme ora, è la crescita di partiti conservatori nazionalisti che si mettano di traverso alla nuova feudalizzazione voluta dal cosmopolitismo borghese: quel nazionalismo rappresentato dai Putin, dagli Orban, dalla Regina d'Inghilterra (vedi la sua posizione sulla Brexit) o dai Trump: questo nazionalismo che ama l'identitarismo della tradizione e che protegge gli interessi del capitalismo industriale; v. Main Street Vs Wall Street, v. il repubblicano Lincoln, erede della tradizione "hamiltoniana" volta allo sviluppo industriale tipicamente nordista contro il partito liberale sudista, filo-britannico, liberoscambista e schiavista.

Voglio dirvi che il cieco è colui che non si accorge che il totalitarismo fascista è già tra noi, e l'autoritarismo è già prossimo a venire, basti vedere le leggi per la censura, in preparazione pre-bellica.

Il cieco è colui che non vede che l'antifascismo è sventolato per non permettere partiti antiliberisti - perché l'immigrazionismo, come sapevano i comunisti, è liberismo applicato al lavoro-merce- di acquisire consenso e di portare coscienza nazionale.
Coscienza nazionale che, piaccia o meno, è propedeutica alla coscienza di classe.

Ragionare per "amici e nemici", in modo ideologico e non strumentale rispetto alla concretezza del momento storico, lo considero più schmittiano che marxista.

Se mi sono spiegato bene, si arriva alla conclusione che è facile che Marx, come sostenne il borghese Lincoln, oggi sosterrebbe i vari Putin ed Orban, e tutti i partiti conservatori ma nazionalisti e "statualisti", perché non ragionava per appartenenza, ma, come Lenin più avanti, ragionava in modo dialettico sulle opportunità che le contraddizioni del capitalismo riserva imprevedibilmente.  

"...Getto la casacca da appassionato bassiano e mi cimento in quella
meno partigiana del "fenomenologo".

Ora: se il "razzismo" è stata una sovrastruttura dell'imperialismo, ovvero una proiezione classista per far collaborare i ceti subalterni nella colonizzazione di nuovi mercati, l'allarme "xenofobia" con cui il "razzismo" è stato ribattezzato, ha il significato *non marxista*, ma LIBERALE, di MORALISTICA inclusività del "diverso" che nulla ha a che fare con l'inclusività SOCIALE, che permette la piena partecipazione di tutti i lavoratori alla cosa pubblica tramite la socializzazione del potere economico e politico.

Il moralismo liberale è il "nuovo" clericalismo laico.

Io rimango con Marx ed Engels: il sottoproletariato è un nemico di classe.

Vanno stigmatizzati i tipici stereotipi razzisti da parte dei conservatori perché portano falsa coscienza. Ma dell'educazione politicamente corretta non me ne può fregar di meno.

Poiché credo che tutti gli uomini siano uguali nella sostanza, me ne batto di quella roba ipocrita che fa la sinistra da decenni: la liberale e clericale sussidiarietà verso "i deboli".

Deve ritornare il concetto di solidarietà: nazionale e di classe.

Gli immigrati vanno fermati: soprattutto se arrivano dall'Africa o dal sudest asiatico. È l'abc del socialismo: questi sono lavoratori senza un minimo di coscienza sindacale. Non divengono generalmente "compagni" neanche quando emergono dal sottoproletariato.

C'è un'esperienza secolare dei marxisti statunitensi su questo tema (qui, p.5).

Gli infiltrati neofascisti fomentano solo conflitti sezionali in una società artificialmente segmentata per evitare lotte di emancipazione di classe e anti-imperialistiche.
Non solo Bordiga, che diceva certe cose da un particolare punto di vista, ma anche Basso stigmatizzava già certe categorie di lotta nel primo dopoguerra.

È inutile fare dei distinguo nominalistici sull'antifascismo: l'antifascismo, per come viene "ermeneuticamente" inteso, significa antiautoritarismo, inclusività sussidiaria (moralismo di formale antirazzismo che rivela dei sostanziali pregiudizi di carattere razziale). Lotta per la libertà delle minoranze...Che framework concettuale ed ideologico è?

L'antifascismo è PURO LIBERALISMO. È patente neoliberalismo piccolo-borghese.
L'antifascismo è un neoliberale frame divisivo per non permettere resistenza.

Il confronto con i partiti conservatori deve rimanere ESCLUSIVAMENTE sui contenuti economico-sociali.

L'identitarismo nazionale conservatore, in quanto propedeutico all'identitarismo di classe, va sostenuto. La sinergia sui contenuti di indipendenza nazionale e di difesa dello Stato sociale va ricercata.

Va condiviso il conservatorismo culturale da opporre al sorosiano e nazista modernismo reazionario. E ovviamente va condiviso lo sforzo su quegli obiettivi propedeutici al progressismo sociale.

In sintesi? Io chiamerei leghisti e "destre sociali", in questo frangente politico, "socialisti che non sanno l'economia" [NdQ: probabilmente Bazaar concorderà con me che, in una riflessione non contingente e frettolosa, Lega e destre sociali siano fenomeni geneticamente non assimilabili: in particolare la Lega è un movimento federalista e liberale, senza alcuna aspirazione, fino ad oggi, a connotarsi come "socialista". Un fenomeno di "destra economica" vicino alla seconda anima del capitalismo. Quindi, anche potendo prescindere dai suoi attuali, contingenti, e prestigiosi, esponenti "economisti", a noi ben noti, non può essere tacciata di "non sapere l'economia"; quanto, semmai, di...non preoccuparsi della storia dell'economia e dei meccanismi causali, tutt'ora in atto, che essa segnala].

Il materialismo dialettico porta a questo: è lo studio dell'economia politica che fornisce le categorie per dividere schmittiamente gli amici dai nemici nel concreto momento geostorico.

Tutto il resto è moralismo reazionario.

Un abbraccio!

mercoledì 14 febbraio 2018

KALECKY E LA (VERA) PIENA OCCUPAZIONE IMPOSSIBILE...SENZA (VERA) SOVRANITA'


http://m1.paperblog.com/i/259/2599869/afirman-haber-encontrado-carabela-santa-maria-L-4w5uKT.jpeg

1. Ci siamo imbattuti in un'interessante questione storico-politica e, naturalmente, economica, sollevata in questo scambio di tweet:



2. Anzitutto per poter porre complessivamente la questione in questi termini (cioè estesi all'ipotesi formulata nella risposta), occorrerebbe che fossero attualmente riconoscibili una serie di presupposti di fatto, politico-economici, di non secondaria importanza, considerata l'attuale situazione italiana (di accentuata e irrinunciabile de-sovranizzazione, persino caldeggiata nella sua ulteriore accentuazione), e cioè:
a) che esistano delle classi dominanti ancora italiane, o, quantomeno, tali per cui  l'italianità delle stesse rivesta tutt'ora un ruolo decisionale autonomo nella formazione di un indirizzo politico sostanzialmente predeterminato, da decenni, nell'alveo delle istituzioni Ue e, più precisamente, dell'eurozona (essendo l'appartenenza a quest'ultima, un aspetto preponderante rispetto alla determinazione dell'indirizzo politico, come abbiamo visto più volte e, funditus, in questo post):
b) che sussistano elementi manifestati, dinnanzi all'opinione pubblica - e quindi tracciabili in sede mediatica - di una tale volontà, da parte di una classe dirigente nazionale (effettivamente titolare del potere decisionale);
c) che, data una (difficile) risposta positiva ai primi due quesiti, il concetto di piena occupazione inteso (da tale classe dirigente) sia quello, - suggerito nel tweet di risposta mediante un link esplicativo-, definito nel ben noto scritto di Kalecky, anch'esso qui molte volte citato.

3. Tale scritto espone una tesi che, - sotto il profilo qui rilevante (l'articolo di Kalecky tratta in effetti di una molteplicità di problemi politico-economici relativi al modo ed alla "misura" in cui l'intervento statale possa determinare il pieno impiego, evitando effetti inflazionistici)-,  può riassumersi, a sua volta, in due proposizioni: 
i) pieno impiego, secondo Kalecky, è quella situazione in cui il licenziamento cessa di essere una misura disciplinare (onde l'offerta di lavoro trova un'immediata "domanda", anche in caso di pregressa cessazione del rapporto determinata dall'esercizio di qualsivoglia tipologia di potere negoziale di recesso da parte del datore; id est; una situazione di assenza anche della c.d. disoccupazione "frizionale");
ii) che la situazione del mercato del lavoro di "pieno impiego" sia tale da condurre i capitalisti ("gli uomini d'affari"), alla seguente, ed apparentemente paradossale, preferenza.

3.1. Ecco come questa preferenza ci viene descritta da Kalecky:
"E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier.
Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti (ndQ.; poco prima K. precisa: "Abbiamo considerato le ragioni politiche dell’opposizione contro la politica di creare occupazione con la spesa del Governo. Ma anche se questa opposizione fosse superata -  come potrebbe benissimo essere superata sotto la pressione delle masse - il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari").
Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista".
Ne discende, che, data questa preferenza, - che secondo Kalecky corrisponde ad un un principio “morale” della massima importanza-, laddove appunto sia garantita la predominanza politico-istituzionale dell'etica capitalista,  come in effetti accade oggi in Italia in virtù dell'azione pluridecennale del vincolo esterno €-monetario,  per rentiers e uomini d'affari, è il concetto di "piena occupazione" ad essere diverso da quello descritto da Kalecky.

4. In particolare, tra il concetto keynesian-kaleckiano di "pieno impiego" e quello neo-liberista attualmente recepito dai trattati €uropei, nell'ormai noto art.3, par. 3 del TUE (qui, p.1, ex multis), esiste una differenza fondamentale (che pone capo a due diverse concezioni della società e del welfare), tale che essi possono essere accomunati solo nel "nomen" ma nella sostanza risultano essere  "due concetti diversi e incompatibili di "piena occupazione".
Ed infatti, per la visione propria del monetarismo e della neo-macroeconomia classica, (recepita appunto nei trattati), la piena occupazione è solo quel livello di occupazione compatibile con il prioritario mantenimento del tasso di inflazione preordinato alla stabilità dei prezzi (cioè assenza di variazioni significative dell'inflazione stessa), e strumentale al mantenimento della stabilità finanziaria, e quindi monetaria, cioè alla preservazione della moneta unica. Questa stabilità finanziaria come condizione di mantenimento della moneta unica, a sua volta giustificativo del sistema dell'aggiustamento per via fiscale, è perfettamente descritto da Draghi; qui, p.1
Da cui, nel quadro €uropeo di "piena occupazione", si manifesta il concetto precettivo di NAIRU, cioè di alta disoccupazione strutturale, considerata tuttavia "piena" in quanto...non inflattiva; concetto di per sè in contrasto con gli artt. 1, 4 e 36 della nostra Costituzione; cioè col diverso modello keynesian-kaleckiano, e kaldoriano, in essa normativamente recepito.

5. Svolte queste premesse, nell'attuale assetto politico-istituzionale, determinato dalla prevalente volontà della classe dirigente italiana di permanere nella moneta unica, possiamo riassuntivamente rispondere alla sequenza di domande poste all'inizio di questa analisi (e aggiungere altre considerazioni coerenti con questo quadro). 
Una classe dominante italiana, in senso economico, è probabilmente tutt'ora operante.
L'assetto sostanziale dei rapporti di forza sociale risultante da tale azione, si può tendenzialmente assumere come "costituzione materiale"; almeno, come vedremo, nel senso inteso da Mortati. Dunque non in quello di una piena legittimità normativa sopravvenuta di tale assetto, cioè con la compiuta e definitiva riducibilità de facto della Costituzione formale a mera"costituzione programmatica", o addirittura "aperta" (cfr; Mortati, "Istituzioni.." vol.1, pagg. 36 e 37). Almeno stando a quanto chiarì Calamandrei: qui, p.3
Certo, tale tendenziale "costituzione materiale" è nel senso di un controllo istituzionale da parte di questa classe di  "timocrati" (la confessione di De Benedetti nei verbali Consob, ne costituisce probabilmente la forma più esplicita e avanzata di autoaffermazione pubblica, persino più forte della storica dichiarazione di De Gasperi). 

6. Diverso discorso, invece, riguarda la "classe politica" (cioè quella preposta formalmente alle istituzioni di vertice costituzionalmente previste, ed individuata in apice dal processo elettorale): l'affermazione di una costituzione materiale neo-liberista, per prevalente e crescente azione del "vincolo esterno", esclude che si possa parlare di una classe politica ancora istituzionalmente dedita alla formazione di un indirizzo economico-politico indipendente e costruito sull'interesse nazionale, quantomeno nella sua definizione risultante dalla Costituzione del 1948. 
Ma, a ben vedere, questa subordinazione all'€uropa, è il frutto della preventiva affermazione di quella stessa costituzione materiale (come in effetti suggeriscono le "memorie" di Carli, qui, p.6, e la ricostruzione di Graziani), cioè dei rapporti di forza socio-economici, che viene a consolidarsi istituzionalmente nei trattati europei, fin dalla loro origine: siamo indubbiamente di fronte a un processo circolare, per cui la forza interna della timocrazia finanziaria-capitalistica (qui, p.7), detta la crescente desovranizzazione alla classe politica nazionale, - proponendosi fin dall'inizio come strumento privilegiato di contrasto del "comunismo"- ma in realtà propugnando, sempre ab initio, la restaurazione dell'ordine internazionale del mercato.

7. Volendo sintetizzare una risposta proprio alla questione considerata all'inizio, è evidente che, dato l'assetto timocratico e "antisovrano" attuale, il concetto di piena occupazione in senso kaleckiano sia fuori questione, come possibile obiettivo contemplato dalla classe dirigente nonché dalla classe politica di gran lunga prevalente.
Persino la rivendicazione di sovranità compiuta al di fuori di una consapevole enunciazione di voler mutare l'assetto costituzional-materiale sopra descritto, non genera una traiettoria incompatibile con l'impulso primo del processo che vede nella costruzione €uropea e nella moneta unica uno strumento potente di riassetto sociale, ma pur sempre uno strumento (tra i vari disponibili). 
8. In particolare, manca l'idea stessa, culturale e programmatico-politica, che la disciplina del mercato del lavoro debba essere funzionale al pieno impiego in senso kaleckiano (v. sopra), e non invece subordinata all'interesse supply side: cioè di una parte per definizione prevalente, e che viene considerata formalmente equiparata all'interesse del lavoro, in un'accezione di eguaglianza formale di tipo paracorporativo.
Dunque, si manifesta attualmente (in modo più o meno politicamente consapevole) un'ipotesi in cui, un certo tipo di "sovranismo", non risulta dissimile da quella impostazione neo-corporativa che ha contraddistinto autonomamente il modello tedesco (e austriaco, ad esempio), come ben evidenzia Eichengreen nella sua "Nascita dell'economia europea" (qui, pp.2-3); cioè un modello già capace di vita propria nell'ordoliberismo adottato a livello nazionale, e che venne successivamente trasposto come principio ispiratore della costruzione europea, passando per l'Atto Unico e Maastricht. 
La posta in gioco, naturalmente, è la creazione di quella riaffermazione di potere, contrabbandata come "efficienza allocativa" che riproduce il lavoro-merce.

9. Dunque: la vicenda del fascismo non è analogicamente ricorrente, nei suoi elementi essenziali storicamente individuabili, nella situazione attuale. 
Concordo con Massimo D'Antoni su questo punto fondamentale: non esiste una torsione "verso sinistra", cioè verso gli interessi del lavoro e verso la socializzazione del potere politico-economico, che possa indurre la classe dirigente "materiale", la timocrazia, a utilizzare un movimento politico in funzione di sedazione e neutralizzazione violenta di una tale evoluzione politica.
Neppure, abbiamo visto, i titolari degli interessi prevalenti all'interno dei stessi rapporti di forza strutturati nella nostra società hanno motivo, ed urgenza (almeno allo stato attuale), di rinunziare al concetto "neo-classico" di piena occupazione (e di stabilità dei prezzi, connessa al rigido controllo della dinamica salariale cui è funzionale l'attuale, e praticamente incontestato, assetto normativo del rapporto di lavoro). 
E naturale corollario di ciò è che neppure hanno ragione, tali stakeholders dominanti, di rinunziare al complemento di tale assetto: cioè lo smantellamento progressivo del welfare, cioè di sanità (salario indiretto) e pensioni (salario differito) pubbliche, assunti come deprecabili elementi di "resistenza" dei lavoratori (sia pur disoccupati e precarizzati) alla flessibilità competitiva del mercato del lavoro.

10. E se, quindi, non ci sono i presupposti per un interesse conservatore analogo a quello che incarnò la promozione e l'appoggio all'instaurazione del regime fascista (proprio per l'assenza di una sinistra in senso "economico", cioè socialista e non cosmetico-globalista), non v'è, attualmente, neppure luogo per uno scambio tra "piena occupazione" e preservazione autoritaria dell'ordine sociale.
Quest'ultima prospettiva, in realtà, è più adatta a descrivere l'avvento del nazional-socialismo: cioè, come abbiamo visto in questo e quest'altro post, un "ribaltamento" della forma di Stato (da liberale a totalitario) conseguente ad una fase di applicazione delle politiche neo-classiche di austerità e pareggio di bilancio come reazione pro-ciclica (efficiente-allocativa) conseguenti ad una crisi economico-finanziaria. 
La "piena occupazione" di Hitler era un obiettivo al quale proprio l'uso dello strumento militar-poliziesco, consentì di risultare pienamente compatibile con la prosecuzione di una politica di salari reali sostanzialmente inferiori alla crescita nominale della produttività, e anzi, improntata all'imperativo "popolo tedesco esporta o perirai!", unita alla mai avvenuta rinuncia al gold standard, accompagnata alla (sola) espansione della spesa pubblica in riarmo ed al simultaneo crescente uso di lavoro forzato schiavile in danno delle minoranze invise all'ideologia di facciata del regime.
11. Un'ideologia che, realisticamente, si può definire sovrastrutturale, perché comunque ben attenta all'equilibrio dei costi del processo produttivo consentito da questo sfruttamento disumano, combinato con la stagnazione salariale, e dei consumi interni (cfr.; pp.3-5), instaurativi di un'economia  mercantilisca funzionale ad una "di guerra" a carattere imperialista.
Insomma, il trade-off "piena occupazione" (a salari costanti) vs. "disciplina nelle fabbriche" (ottenuta tramite la...Gestapo), in uno sforzo commerciale e militare di espansione verso l'esterno, non risulta attualmente all'orizzonte del panorama culturale e politico italiano.
Ma ancor più certamente, non lo è neppure lo schema "neutralizzazione della piazza operaia" vs. "accettazione di un sacrificio del principio rappresentativo elettorale" pur di avere la "governabilità".
Oggi, la governabilità e il sacrificio della rappresentatività elettorale (delle classi lavoratrici), non hanno bisogno dell'autoritarismo poliziesco statalizzato e del "partito unico" per essere preservati. Basta la profonda interiorizzazione di massa (ovvero "proiezione identificativa degli oppressi") della propaganda pluridecennale in cui è consistita la "rivoluzione liberale". 
Certo, fuori dalla moneta unica questo controllo propagandistico perderebbe molta della sua efficacia (fondata sul ricatto della paura): ma le conseguenze di una tale perdita sono ben lungi dall'essere potenzialmente in atto. 
Cosa potrebbe accadere in questa futura evenienza, peraltro, è un futuro tutto ancora da scrivere. Ed in definitiva, dipende dalla potenziale riemersione della coscienza politica della classe lavoratrice nazionale...cioè della sovranità democratica costituzionale

lunedì 12 febbraio 2018

STRATEGIE ELETTORALI A EFFETTI "IMPREVISTI": IL FALSO PROBLEMA DEL PROPORZIONALE



1. Secondo uno dei più recenti sondaggi pubblicati dal mainstream mediatico (e scelto in modo sostanzialmente casuale, data anche l'omogeneità della parte predittiva delle analisi che generalmente tutti i sondaggi riflettono), questa è la proiezione attuale del potenziale esito elettorale:

sondaggi elettorali ixè, voto

Da questo sondaggio emergerebbe che il PD sarebbe al 22,1%, cioè ben al di sotto della soglia del 25%, considerata (sempre dal mainstream mediatico) quella per cui, ove non fosse raggiunta, l'attuale leadership sarebbe sottoposta a una profonda critica interna (eufemisticamente parlando: e sempre che ci siano, numericamente, abbastanza esponenti dissenzienti in posizione tale da essere in realmente grado di condurla).
D'altra parte, la Lega, in questo trend seriale di sondaggi, sarebbe in regresso almeno da ottobre 2017 e proseguirebbe a perdere terreno nei confronti del principale alleato e contender alla (eventuale) carica di capo del governo.

2. Ma vediamo come un altro sondaggio tra i più frequentati sul web, ci offre, almeno quanto a questi ultimi aspetti, una versione del tutto diversa (non però per le proiezioni relative al risultato del PD): 
SONDAGGI TP, POLITICHE 2018 – Stabile il M5S rispetto ad una settimana fa, è il primo partito italiano con il 26,8% dei consensi. Segue il Partito Democratico al 21,9%, in flessione dello 0,1%. Duello per la leadership nel CDX, con Forza Italia in ribasso dello 0,2% e che scende al 15,3%, mentre la Lega si avvicina pericolosamente con il 14,8%, in rialzo dello 0,8%
Liberi e Uguali al 5,3%, cede lo 0,3%, guadagna invece Frahtelli d’Italia lo 0,3% e supera la Sinistra portandosi al 5,5%. Più Europa (Bonino) sale al 2,1% (+0,2%), balzo in avanti di mezzo punto per Noi con l’Italia che si attesta al 2,0%.
Stupisce il dato di Casapound sottostimato dagli altri sondaggisti, TP lo indica all’1,9%, bene anche Potere al Popolo all’1,5%. Insieme vale lo 0,7% e Civica Popolare appena lo 0,5%.  
Coalizioni: il Centrodestra al 37,6% registra un rialzo dell’1,3% in soli 7 giorni.  
Stabile il Movimento 5 Stelle che con il 26,8%, resta davanti e allunga sul Centrosinistra al 25,6%, perde mezzo punto in una settimana.
3. Taluno, sempre nel mainstream, si attarda a considerare sempre più probabile l'ipotesi del "governo del Presidente" (senza poter dire in cosa tale formula consista precisamente),  ma senza rinunciare a porre come spauracchio un "ritorno" del centrodestra (in effetti, nella sua tendenziale composizione tradizionale e con ranghi composti in larghissima parte da esponenti ben noti in precedenza).
Rimane un dato: il partito maggiore, sondaggisticamente parlando, è il M5S, attualmente accreditato di un risultato che oscilla tra poco meno del 27% e poco più del 28%.
Ed è pur vero che tale (non?)-partito è stato, fino a poco tempo fa, del tutto restio ad accettare delle alleanze, ma è anche vero che, superata (a quanto parrebbe), questa pregiudiziale, la sua natura non catalogabile secondo il criterio formale (e ormai superato, dagli eventi politico-economici "strutturali") destra-sinistra, lo abilita potenzialmente quasi ad ogni tipo di alleanza o "geometria" di governo.

4. Una cosa tuttavia la si può osservare: di fronte a tutta questa frammentazione, a questa (molto) sostanziale indifferenza delle potenziali alleanze alla differenziazione destra-sinistra, determinata dalla comune estraneità (praticamente di tutti i partiti "maggiori") alla tutela del lavoro ed alla struttura del relativo mercato così come delineate dal modello costituzional-keynesiano, avrà avuto senso logico, o anche solo utilitaristico, non andare a votare con una legge proporzionale (laddove, armonizzate le soglie, un proporzionale era "quasi fatto")?
Temiamo che alla prova dei fatti, molti dei calcoli ancora oggi "giustificativi" di questa scelta (tra cui il timore del M5S al governo), si riveleranno gravemente sbagliati (e, se i sondaggi non sono del tutto inattendibili, in pratica già si stanno rivelando tali).

“Il regime parlamentare, riconsacrato dalla nuova costituzione italiana secondo uno schema che ricalca sostanzialmente quello trasmessoci dagli ordinamenti del secolo scorso, può ritenersi suscettibile di realizzare, oggi, nella diversa realtà sociale che si é andata maturando, il principio democratico?

E’ questo il problema più grave che si presenta attualmente ad ogni osservatore del fenomeno politico, e di esso, della necessità di una chiara impostazione dei suoi termini, di un'esatta valutazione degli ostacoli che ne insidiano la soluzione, é necessario che si diffonda la consapevolezza, dipendendo dalla seria volontà di affrontarlo, dalla capacità di avviarlo verso uno sbocco soddisfacente, la sorte del regime democratico nell'attuale momento storico.

Secondo un'opinione, l'ordinamento parlamentare, quale é organizzato e funziona nel mondo moderno, trova, con la sua origine, il suo unico e necessario fondamento nell'ideologia e nella pratica liberale, e pertanto si presenta inutilizzabile, perché privo dell'atmosfera che gli é indispensabile, in uno Stato poggiante sull'equilibrio instabile di forze sociali divise da profondi contrasti di interessi e costretto ad intervenire nei loro confronti non tanto per garantire a ciascuna la libertà esterna di azione, quanto per prendere posizione sul contenuto dei contrasti medesimi.

E’ certo, ed é stato numerose volte constatato, che la forma, la quale si chiama parlamentare perché ha come suo organo centrale il Parlamento, funzionante quale centro di convergenza e di mediazione delle varie correnti politiche del paese, attraverso la libera discussione e nel rispetto del principio maggioritario, PRESUPPONE UNA SOSTANZIALE OMOGENEITÀ DEL TESSUTO SU CUI QUELLE CORRENTI SI INNESTANO
IL CONTRASTO, che é postulato dallo stesso giuoco dialettico di formazione della volontà comune, attraverso l'assunzione al potere della parte di volta in volta prevalente, NON PUÒ AMPLIARSI FINO AD INCIDERE SUI FINI FONDAMENTALI, SUI VALORI SUPREMI POSTI A BASE DEL COMPLESSIVO ASSETTO STATALE. 
Solo questa SOSTANZIALE OMOGENEITÀ DEL FONDO IDEOLOGICO DELLE VARIE CORRENTI POLITICHE È CAPACE DI GARANTIRE l'effettivo rispetto del metodo democratico, il giuoco leale, la tutela dei diritti delle minoranze, il riconoscimento a queste di potere divenire legittimamente maggioranza.

Ed è da tale constatazione che appare dedotta la distinzione solita a farsi fra partiti di governo e partiti non al governo, cioè INSUSCETTIBILI DI ASSUMERE IL POTERE, IN QUANTO PONENTISI IN POSIZIONE DI RADICALE ANTITESI CON LA STRUTTURA ECONOMICO-SOCIALE PROPRIA DEL TIPO DI STATO. 
Ciò é comprovato dall'osservazione storica, che (a parte il caso dell'Inghilterra, dove opera la speciale psicologia- di quel popolo) mostra la coincidenza fra il massimo fiorire del regime parlamentare e l'accentramento del dominio politico nelle mani della borghesia, la quale concepì lo Stato soprattutto come strumento di garanzia al più libero esplicarsi delle attività dei singoli, e di tutela del possesso privato della ricchezza, ed ottenne la saldezza del regime instaurato con l'esclusione dalla partecipazione attiva ad esso dei ceti dei lavoratori impossidenti, del cui aiuto essa si era pure giovata nella lotta sostenuta contro il precedente assetto ...” [C. MORTATI, Parlamento e democrazia, in Studium, 1948, n. 11, 1-4]. 

6. Appare chiaro che Mortati, nel clima in cui scrisse, nel 1948, facesse riferimento ad un'omogeneità "tra le varie correnti politiche del paese" che fosse imperniata sull'aderenza indiscussa al modello costituzionale ed alla sua attuazione.
Nella situazione attuale questa omogeneità è di segno esattamente opposto, essendo indubbio che la Costituzione del 1948 sia "fondata sul lavoro".

7. Mentre, piuttosto, va sempre rammentato che
"la spesso denunciata "instabilità" di governo del dopoguerra, non pare tanto imputabile al sistema emergente dall'uso della legge elettorale proporzionale, ma ad un fenomeno di segno opposto: cioè all'esistenza di "forze" capaci di determinare l'indirizzo politico-governativo nel fondamentale campo delle politiche economiche, ma non elettoralmente "pesate" e, nondimeno, "pesanti". 
Queste componenti del gioco politico non sono numericamente rappresentabili, in termini di decisività nella formazione delle maggioranze "teoriche" (cioè elettoralmente espresse), ma decidono (le politiche economiche del dopoguerra così come di promuovere la "costruzione europea").
Queste forze, peraltro, si formano (o preesistono e si rinnovano, nella loro azione, rispetto alle epoche precedenti, incluso il fascismo) e si rafforzano nel quadro politico dell'epoca. 
Più ancora, emerge che esse trovano in istituzioni come la Banca centrale e in, più o meno chiare, pressioni dei partners europei e internazionali in genere (le tracce di ciò emergono dalle fonti, dirette e storiche, citate da Arturo), un canale di determinazione dello stesso indirizzo politico-economico che bypassa il processo elettorale, rendendolo appunto "idraulico" (cioè tollerabile a condizione che sia compatibile con esiti pre-determinati al suo esterno)".
8. Allorché questo fondamento e questa legalità costituzionali siano ormai venuti meno, essendo anzi la Costituzione sottoposta a un attacco finale su cui convergono le più diverse forze politiche (in apparenza diverse), in fondo che cosa sarebbe cambiato nel votare con un sistema proporzionale corretto con una modesta soglia di sbarramento (nel Consultellum era posta al 2%)?

Naturalmente si può sempre pensare (in buona fede) che i sondaggi possano essere totalmente fuorvianti e inattendibili...

sabato 10 febbraio 2018

TUTTO QUEL CHE DOVETE SAPERE SULLA GERMANIA, SULL'EURO E SUI "CORRIVI"

http://www.dizy.com/img/d/sinonimi/732.gif

1. Affinché si comprenda a fondo come e perché l'attuale situazione politica tedesca sia oggetto di speranzose attenzioni che corrispondono a un wishful thinking (solo) italiano, (relativo a un reale e non immaginario mutamento della natura e degli scopi essenziali dei trattati europei), forniamo un quadro schematizzato della politica e dell'ordinamento che hanno caratterizzato la Germania. 
E ci limiteremo alla coerenza ed alla prevedibilità delle linee politico-economiche, espresse da tali aspetti, entro l'arco di tempo che ha visto nascere, attraverso una serie altrettato coerente di trattati, il c.d. federalismo europeo.

2. Quanto a ciò che ha preceduto, durante l'epoca nazista, l'attuale Germania ordoliberista, vale comunque la pena di rinviare ad altri documenti di certa e diretta provenienza, ed alle analisi relative, che attestano un'irresistibile vocazione tedesca al dominio "federato" sul resto del continente (un approfondimento coordinato di questo insieme di indicazioni storiche ed economico-politiche, senza trascurare quanto peso esse ebbero sullo stesso "percorso circolare" del Manifesto di Ventotene, richiederebbe la scrittura di un intero libro...): 


  


IL MONDO SECONDO HITLER

Per concludere un'eloquente cartolina del 1942 segnalataci da Lorenzo:


3. Rammentiamo, nell'introdurre l'argomento, che la Costituzione tedesca prevede bensì la realizzazione di "un'Europa unita", ma all'interno "di un'espressa norma di intenso filtro nell'adeguamento  tedesco all'ordinamento dell'Unione europea, posto in modo da far prevalere, nello sviluppo di tale processo, il punto di vista dell'interesse nazionale, e insieme prefissando, come contenuto stabilito unilateralmente da tale norma costituzionale tedesca, quali siano i principi fondamentali a cui si deve ispirare la stessa Unione...
Ne consegue perciò la definizione della stessa Unione europea, dall'invalicabile punto di vista costituzionale tedesco, come mera Staatenverbund, cioè "associazione tra Stati", che produce norme tutte indistintamente di livello inferiore a quelle costituzionali tedesche.

4. Svolte queste premesse muoviamo dall'affermazione, così spesso fatta dai nostri leader di governo, che la Germania sia un "modello" per noi, suggestione tanto forte che, ancor oggi, viene espressamente proposta dai più illustri commentatori mediatici persino con riferimento alla fase di crisi politico-elettorale in corso, in ogni suo sviluppo (!). 
Abbiamo quindi a suo tempo segnalato come questo modello (e se avete letto anche solo una buona parte dei links che precedono, dovrebbe essere storicamente molto chiaro), sia il "mercantilismo"
Non esattamente un modello cooperativo ed adatto a portare la pace e la prosperità tra i popoli europei: 
"Qui vorremmo completare il panorama delle caratteristiche e conseguenze del capitalismo mercantilista, quali ricostruite da Galbraith nel suo "Storia dell'Economia" ...:
a)  "l'avvento dello Stato nazionale fu accompagnato dalla stretta, intima, associazione tra l'autorità statale e l'interesse dei mercanti" (pag.47), "...Lo Stato è una creatura dei contrastanti interessi commerciali, che avevano in comune l'obiettivo di uno Stato forte, a condizione di poterlo manovrare a proprio esclusivo vantaggio" (pag.48). 
a1) L'interesse nazionalistico organizzato nello Stato e nella sua sovranità escludente è una fondamentale caratteristica del mercantilismo, in sè palesemente antitetica alla cooperazione necessaria in un'unione economico-monetaria
a2) Piegarsi al modello tedesco significa amplificare e propagare questa NON COOPERAZIONE, con ciò minando lo stesso scenario della "pace" tra i popoli europei, sempre più spinti verso l'interesse nazionale-commerciale incarnato egoisticamente dal proprio Stato contrapposto agli altri ("competitori"; enunciato che per la verità troviamo nell'art.3, par.3 del TFUE, e fa dubitare della conformità a costituzione del Trattato stesso ai sensi dell'art.11 Cost.);
b) "nel pensiero e nella pratica mercantilistici i salari contavano poco o nulla...Non c'era nulla su cui costruire una teoria dei salari; e infatti nessuna teoria del genere figurò in una posizione di rilievo nel pensiero mercantilistico." (Pag.50);
c) pur nella ovvia attualizzazione del mercantilismo innestato sullo Stato nazionale moderno, e coscienti dell'evoluzione tecnologica e produttiva, vale ancora il seguente "decalogo" del mercantilista (pag.56, elaborato da Mun, in England's Treasure, nell'800):
- " un eccessivo consumo di merci straniere nella nostra alimentazione e nel nostro abbigliamento.." va scongiurato;
-  "se il consumo debba essere eccessivo che lo sia dei nostri propri...manufatti...dove l'eccesso del ricco può essere il lavoro del povero";
- "vendi sempre agli stranieri a caro prezzo quel che non hanno, a buon mercato quel che possono ottenere altrimenti...dove possibile, compera a buon mercato da paesi lontani anzichhè da mercanti dei vicini...";
- "non dare occasioni di affari a concorrenti che operano nelle tue vicinanze".

5. Questa sostanza invariabile dell'approccio tedesco alle relazioni economiche internazionali, d'altra parte, spiega anche perchè, di fronte ai costanti problemi suscitati dall'assetto dell'euro (che, all'interno della relativa area valutaria, deve agire come un gold standard, come affermano all'unanimità i suoi stessi ideatori), risultino come meri esercizi di propaganda sedativa, o evocativa di false speranze, tutti i "vertici" tra leaders €uropei e le proposte di riforma che raccontano di un "nuovo" atteggiamento tedesco. 
Con periodicità quasi comica, con i tempi di un consumato comico che dal palcoscenico elargisce un "tormentone" sicuro del suo effetto sul pubblico, si discute, tra leaders serissimi (quando vanno alle conferenze stampa finali) di un (improvviso) ripensamento tedesco, solidaristico con gli altri paesi-membri, e, in particolare, collaborativo sul piano di politiche fiscali e salariali (reflattive) volte a riequilibrare il costante attivo delle partite correnti che la Germania accumula religiosamente, ogniqualvolta si trovi in condizione di imporre un vincolo monetario ai suoi nalcapitati - ma indubbiamente e non casualmente corrivi - partners europei.

"In realtà, il complesso della discussione comunicata all'esterno, non fa emergere alcuna intenzione di revisione dei trattati rispetto alla loro attuale impostazione: e lo diciamo per coloro che credono che si possa discutere con la Germania per chiedere misure riequilibratici che presuppongono, per necessità logica, tale revisione. 
Facciamo un esempio che nella situazione contingente, è il più significativo e attuale.
Supponiamo cioè che si muova, in una formale trattativa di salvezza dell'eurozona (e, con essa, della parte più importante del  motore presuntamente "cooperativo" europeo) una richiesta alla Germania di reflazionare: cioè di rivalutare, per via di politiche fiscali (espansive) e del lavoro (adeguate politiche salariali), il proprio tasso di cambio reale, allentando la pressione sulla correzione imposta agli altri paesi in termini di svalutazione interna (e quindi di politiche deflattive operate tramite austerità fiscale nonchè legislazione del mercato del lavoro che, attraverso disoccupazione e precarizzazione accentuate, portino alla riduzione dei salari nominali, riallineandoli alla rispettiva produttività reale, cioè inseguendo la Germania sul piano delle sue proprie politiche deflattive anticipate dalla fine degli anni '90). 
Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s'è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista. 
In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l'estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa.

Va poi precisato che senza intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici, con ciò arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l'Italia non ha alcun speranza di vedere accolta la proposta di "avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per gli investimenti".
Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l'Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l'Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare.
Ma, senza aggiungere altro discorsi fatti in fin troppe occasioni, si comprende anche come una trattativa per far reflazionare la Germania, o anche concedere a un paese "debitore" dell'eurozona una maggior flessibilità fiscale, scivolando, agli occhi dei tedeschi e dei nostrani liberal-europeisti, nel "vivere al di sopra dei propri mezzi", sia completamente al di fuori di ogni possibile orizzonte culturale, direi del bagaglio concettuale, disponibile alla classe dirigente che governa l'€uropa. 

E che non vorrà, a qualsiasi costo, rinunciare alle sue prerogative: meno che mai attraverso un “calendario stretto e a impegni precisi”, nel senso di rivedere dei trattati che, allo stato, consentono legittimamente all'impostazione tedesca di intendere ogni rilancio della stessa €uropa solo e sempre come un inasprimento delle condizioni di consolidamento fiscale mediante "regole automatiche" e nella ricerca della stabilità dei prezzi e della moneta, facendo esclusivamente  pagare ai propri partners più "deboli" ogni aggiustamento. 
...
Non aver chiaro questo retroterra ideologico, fideistico e economico-negoziale, e illudersi di una ragionevolezza e di una "disponibilità" tedesche, non può che portare ad una perdita di tempo prezioso e a un disastro per l'intera €uropa.  

7. Ne deriva che finché non si abbia chiaro cosa sia la moneta unica e perché, per i vari suoi sostenitori distruibiti nelle elites capitaliste dei vari paesi aderenti,  la Germania debba necessariamente esserne parte, non si potrà mai comprendere la realtà. 
La moneta unica, infatti, è un successo, per queste elites: e la Germania un elemento benefico di propulsione del modello sociale che considerano irrinunciabilmente da realizzare. 
Le riforme dei trattati, quindi, non possono servire ad altro che a consolidare tale successo
Certo, è anche importante disporre di una narrazione che possa far apparire questi obiettivi, elitari e timocratici, come "qualcosa di sinistra", come una rivoluzione liberale benefica per le classi sociali più deboli

"...Non mi stancherò mai di ripetere che tutto il battage, sulla crisi della costruzione europea e sul risultato "sconcertante", costruito dai media intorno alle elezioni tedesche, dipende dal concetto cosmetico di "destra" che si è costruito per simmetria al (neo)concetto di sinistra ridotta alla promozione dei diritti cosmetici (qui, p.2, infine): l'idea-guida è assuefare l'opinione di massa alla prevalenza di minoranze sezionali "deboli" per rendere accettabile la prevalenza della minoranza di classe timocratica, come fatto compatibile con "l'essere di sinistra". 
In ciò sta il capolavoro del controllo mediatico del neo-liberismo e della idraulicizzazione della democrazia liberale, fatta passare come evoluzione naturale delle democrazie sociali in virtù della "globalizzazione" (che è invece un fenomeno di pervicace istituzionalizzazione intenzionale condotta dalle stesse elites e nient'affatto naturalistico).
...
Una volta capito che questa schematizzazione destra-sinistra non è fatta per descrivere la sostanza dell'evoluzione dell'UE ma per dissimularla, cioè per dissimulare i suoi fini originari, si capisce che, finora, la "costruzione" è stata un indiscutibile successo.
Ma proprio per questo, cioè per essere stata efficace ed efficiente nel rendere irrilevanti "i parlamenti" nazionali, e quindi il suffragio universale, ed assorbire la sovranità degli Stati in un "buco nero" da cui non dovesse più riemergere (v. qui, le ormai celebri parole di Amato), - proprio per costituire ciò la forma più efficace di restaurazione dell'ordine internazionale dei mercati, (cioè istituzioni sovranazionali fondate su: a) gold standard (ovvero valuta de-nazionalizzata con banca centrale indipendente "pura"; b) free-trade; c) flessibilità del mercato del lavoro)-, questo successo lascia inevitabilmente sul campo di battaglia una quantità di vittime che, nell'ideologia neo-liberista dei vincitori, sono assunte come "costi". 
Ma sono classificabili come costi solo in quanto le vittime (chiamate elegantemente "i perdenti della globalizzazione") sopravvivano fisicamente, continuando a gravare sull'efficiente allocazione delle risorse necessariamente scarse quali disoccupati e anziani improduttivi: nei prediletti termini malthusiani, se fossero fisicamente morte o MAI NATE, queste vittime sarebbero un asset
...E non a caso, la massa degli immigrati chiamati a sostituire i mai nati, i suicidati e i pensionati (di cui accorciare opportunamente le aspettative di vita) sono denominati "risorse": in effetti servono a ricostituire e possibilmente ad ampliare le fila dell'esercito industriale di riserva dei disoccupati e dei precarizzati, spingendo, attaverso una costante destabilizzazione sociale (che è il "costo" del successo, già messo in conto) verso la piena realizzazione del lavoro-merce (cioè della condizione di equilibrio teorizzata dai neo-ordo-liberisti come "flessibilità" che consente di negare persino il verificarsi periodico delle crisi, viste come mere fasi di aggiustamento verso gradi più intensi di flessibilità, come postulato della mai abbandonata visione teocratica della Legge di Say). 
...
Ribadiamo un passaggio di Wolf , dal post sopra linkato (p.9), che proprio perché scritto a maggio, cioè ben prima delle elezioni tedesche, mostra come il "cul de sac integrazionista" che si sarebbe creato ora è pura fantasia (dei media italiani in particolare):
"La soluzione alle divergenze di competitività che propone la Germania (ndr; e che piace agli spaghetti-liberisti sopra ogni altra cosa e, aggiungiamo, valeva ieri come vale oggi essendo del tutto indifferente il risultato elettorale), è che ognuno segua il suo modello
Nel 2016 tutti i membri dell'eurozona hanno così conseguito, eccetto la Francia, un surplus delle partite correnti (ndr; problemino non da poco...per Macron e la popolarità che ne ricaverebbe ove volesse accodarsi agli altri nel realizzare rapidamente, alla Monti, l'aggiustamento delle partite correnti). 
Il saldo corrente complessivo dell'eurozona è passato da un deficit dell'1,2% nel 2008 ad un surplus del 3,4% nel 2016 (ndr; complice un dollaro forte che, però, dopo un transitorio effetto elettorale "Trump", sta tornando sui suoi passi)."
...E dunque? Ecco: 
"Se la Francia fosse indotta in una prolungata deflazione competitiva, Marine Le Pen diverrebbe presidente alla prossima tornata
Macron deve chiedere ad Angela Merkel se la Germania sia disposta a rischiare questo risultato. Le "riforme" (ndr; del mercato del lavoro, beninteso) in Francia sono essenziali. E così lo sviluppo di istituzioni di condivisione del rischio (ndr; nella migliore delle ipotesi e al netto delle condizionalità  giugulatorie volute dai tedeschi, da realizzarsi al più nel 2024, a "Macron" ormai giubilato). 
Ma l'eurozona ha bisogno di un grande salto in avanti nelle retribuzioni dei tedeschi. Potrà accadere? Ho paura di NO (ndr; questa risposta logico-macroeconomica, cooperativa e anche democratico-sostanziale, non è più "praticabile" sol perché il malcontento sociale ha portato voti a AfD e...ai liberali)."
...
Sarà allora meglio rammentare in cosa consista, e sia sempre constistito, il capitalismo tedesco e quale sia stato sempre, ed invariabilmente, il suo ruolo, promosso dai veri fondatori USA del federalismo L€uropeo, all'interno della costruzione. 
Ci richiamiamo a uno scritto di Halevi, già più volte citato in questo blog, ma che oggi è straordinariamente attuale. (Halevi, va precisato, non è un keynesiano, tantomeno "post": ma è quantomeno un euro-realista, privo di illusioni sulla riformabilità dei trattati).
Appunto: da rileggere.