giovedì 19 ottobre 2017

"L'ALTRO RIMEDIO" (AL..DEBITOPUBBLICOBRUTTO): IL QUARTO PARTITO MUORE MA NON SI ARR€ND€


https://image.slidesharecdn.com/napoleone-101110054403-phpapp01/95/napoleone-bonaparte-et-napoleonica-53-638.jpg?cb=1422671079

1. Cominciamo il nuovo post dalla parte finale del precedente:
"...la BCE ha già iniziato a inasprire i requisiti sugli accantonamenti di capitale corrispondenti al deprezzamento in bilancio delle sofferenze, posti essenzialmente a carico del sistema bancario italiano (i valori di bilancio dei ben più incerti strumenti derivati nel bilancio del sistema bancario tedesco, non sono stati sostanzialmente toccati: andrebbero bene così, mark to fantasy, con l'Imprimatur della vigilanza BCE!). 
Quindi, per quanto moralmente tentati, e scientificamente non attrezzati a comprenderlo, i banchieri italiani "fiutano" che al prossimo aumento degli spread sarà difficile, anzi controproducente per i  loro interessi patrimoniali e, ancor più, per la preservazione del loro controllo societario, invocare un nuovo "fate presto" che, via austerità" fiscale, induca un nuovo dilagare delle sofferenze (sicuramente soggette alle nuove regole BCE).
La totale falsità (usiamo la definizione di Milton Friedman) del debito pubblico come primo dei problemi italiani, potrebbe, anzi, dovrebbe, in un'ottica di istinto di sopravvivenza del nostro sistema bancario (se pure è rimasto), risultare un'arma spuntata. Anzi: una spada senza elsa, che ferisce pure chi la impugna.

...In pratica, lo spread, in un'eurozona depurata dalla droga del QE, si lega ad un parametro, o meglio, ad un'aspettativa, ben diversa da quella relativa all'andamento della PNE: i mercati tendono a prezzare la stupidità (Prodi dixit) dell'eurozona e dei suoi parametri fiscali, per paesi, altrimenti sani, come l'Italia e, quindi, la prospettiva di dover abbandonare la valuta unica e il conseguente ritorno a una moneta nazionale, che, in ipotesi, dovrebbe svalutarsi (ma ormai non è pronosticabile di quanto, in una valutazione seria e non terroristica) rispetto alle altre valute di scambio internazionale, come il dollaro o, molto teoricamente, al wannabe euro che si vorrebbe capace di sopravvivere senza l'Italia (che sarebbe sempre più un marco, prima sottovalutato, ma poi, a seguito dell'Ital€xit, da rivalutarsi).
E' bene rammentare queste prospettive, che si affacciavano nel 2011-2012, naturalmente al di fuori del "fate presto!" del mainstream. 
"Un altro fate presto" non è possibile: a meno che anche il Quarto Partito (qui. p.2) non voglia suicidarsi"

2. Quello che cercheremo di verificare più in profondità è se la consapevolezza, nel Quarto Partito (come definito da De Gasperi), della natura suicida (per se stesso) di un nuovo "fate presto!", cioè della richiesta di un drastico consolidamento fiscale post-elezioni e post QE (taglio della spesa pubblica in istruzione, previdenza e sanità, oltre che della spesa corrente per il funzionamento fisiologico "minimo" della pubblica amministrazione): 
a) possa essere originata a sufficienza dalla prospettiva di una perdita del controllo azionario nazionale del sistema bancario, in esecuzione del disegno normativo dell'Unione bancaria (e in derivazione da ciò, della perdita del controllo nazionale della ricchezza in impianti industriali e immobili, che verrebbero inevitabilmente assoggettati all'esecuzione creditoria accelerata da parte delle banche, e svenduti in sovraofferta a operatori esteri, in quanto gli unici dotati di liquidità e di credito da parte dei rispettivi sistemi bancari non italiani);
b) o se, invece, tale prospettiva - e la relativa consapevolezza del "suicidio"- siano, dal Quarto Partito, ritenute un costo tollerabile e/o limitabile di fronte alla praticabilità di un altro rimedio, capace di salvare queste posizioni di controllo mediante un intervento di soccorso dello Stato. 
Il che equivale a dire che l'interesse prioritario perseguito dalle istituzioni di governo è quello della tutela degli interessi di tale ristretto gruppo di potere, come evidenziava Gramsci rispetto allo Stato liberale pre-fascista: ciò vuol anche dire che sia ormai de facto superato il modello legale costituzionale nel senso indicato da Calamandrei, secondo un  disegno che è proprio dei trattati europei, e in particolar modo della moneta unica, che, di conseguenza, diviene un caposaldo istituzionale da preservare a qualsiasi costo, data la prevalente vantaggiosità rispetto ai rischi che esso comporta.
3. La certezza dell'assetto istituzionale garantito dalla moneta unica, in effetti, farebbe propendere per questa seconda soluzione: il Quarto Partito, cioè, muovendosi nell'orizzonte cognitivo implicito nella ideologia delle "riforme", pare (pare) non scorgere l'attualità del rischio legato agli effetti dell'Unione bancaria, e preferisce una visione statica, idealizzata, del quadro istituzionale favorevole così descritto da Zenezini (citato nello stesso post, parte finale): (pag. II): 
La ragione storicamente contingente della centralità assegnata alle riforme è da rinvenire nel processo di creazione del mercato interno europeo, della moneta unica e nei vincoli imposti dai trattati europei alla conduzione della politica macroeconomica. Questo mutamento del quadro di politica europea ha progressivamente prosciugato qualsiasi fonte di intervento nell’economia oltre gli ambiti “microeconomici” della gestione dei mercati del lavoro e dei beni, determinando una sistematica distorsione verso orientamenti “offertisti” nelle politiche economiche. Questi orientamenti si sono quindi tradotti in una continua azione di promozione di riforme economiche mirate a favorire il “buon funzionamento” dei mercati.” 

4. Il punto di riferimento, ideologico e materiale, risulta dunque chiaro: un vincolo, prioritariamente monetario, che limiti d'imperio ogni possibile intervento nell'economia alla gestione dei mercati del lavoro e dei beni, in senso "offertista", è un bene talmente prezioso, come insegnava d'altra parte Kalecky, che ben può generare la convinzione che rinunciare ad esso costituisca un male superiore a qualsiasi, e proprio qualsiasi, costo che tale vincolo potrebbe generare.
Forte di questa convinzione, (peraltro "statica", cioè non disponibile a essere rimessa in contestazione da qualsiasi situazione sopravvenuta), il Quarto Partito diviene naturalmente propenso a non vedere il suicidio (cioè la perdita di controllo bancario e industriale) come punto di approdo della moneta unica e, invece, a ritenere sempre praticabile, date certe condizioni politiche, - tipicamente rappresentabili a se stesso come un nuovo stato di eccezione legato agli spread e al debito pubblico-,  un "altro rimedio" (per l'appunto).

6. Questo altro rimedio è anche un...altro modo di definire "l'altra €uropa", cioè di cosmetizzare come riforma progressista quella dei trattati, dissimulando il fatto inevitabile che essa può solo consistere, a questo punto del processo €uropeista, in un inasprimento del modello antisolidale e anticooperativo dell'eurozona (pur considerandosi la migliore delle ipotesi! Qui, p.10). 

7. L'altro rimedio, per salvare "l'altra €uropa", - data l'implicita accettazione come dogma dell'incubo del contabile, in ciò insita- non può che essere la super-patrimoniale che, appunto, salverebbe "capra e cavoli" dentro la moneta unica: a fronte di un'austerità consistente in tale misura, lanciata dall'emergenza spread post-QE e quindi dal consueto slogan dell'abbattimento del debito pubblico, si otterrebbe la preventiva copertura dell'intervento statale (tosatura dei contribuenti-risparmiatori), complementare al burden sharing (tosatura degli obbligazionisti e piccoli azionisti), per salvare le banche che, notare l'ironia, vedrebbero aggravati i loro bilanci proprio dall'adozione di un tale drastico prelievo fiscale (cioè dal riespandersi delle insolvenze bancarie da cui si voleva sfuggire...).

8. Un giro euristico, ma solo nei volumi di tassazione rispetto alla riduzione della ricchezza dei cittadini (in alternativa al traumatico bail-in sui correntisti), perché, comunque, sarebbe una gigantesca redistribuzione fiscale in favore del settore bancario da tutelare; il quale, però, non rimarrebbe a lungo a controllo pubblico, dato l'obbligo di cessione delle banche salvate, che le regole europee prevedono a carico dello Stato il quale, eccezionalmente, - e derogando al divieto di aiuti di Stato in ragione di (ben tangibili) crisi di portata sistemica-, venga autorizzato a intervenire
Una cessione degli istituti transitoriamente nazionalizzati, ben difficilmente consentirà, comunque, la preservazione di un azionariato di controllo nazionale.

9. Ma anche prendendo per "buono" questo "altro rimedio", dal punto di vista delle aspettative statiche di permanenza del controllo istituzionale, esso dispiegherebbe effetti macroeconomici di cui, molto probabilmente, il Quarto Partito non si rende ben conto.
Ripercorriamo la questione dei riflessi sul PIL della patrimoniale, ordinaria o straordinaria, quest'ultima (come pare sfuggire ai più)  già preventivamente autorizzata dalla Corte costituzionale, prendendo il clou sviluppato in un precedente post:
"Prendiamo le mosse da uno studio Bankitalia sull' "effetto ricchezza": http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td04/td510_04/td510/sintesi_510.pdf
Per quanto concerne la sola ricchezza finanziaria, la propensione marginale al consumo è simile nei due paesi [USA e ITA], pari a circa 9 centesimi per ogni euro di ricchezza finanziaria. ...
Per quanto concerne la ricchezza reale (essenzialmente abitazioni e altri immobili), la propensione marginale al consumo delle famiglie italiane è pari a circa 2,5 centesimi per ogni euro di ricchezza reale."
...
Una patrimoniale ragionevolmente imposta solo sulle attività finanziarie liquide, visto che per gli immobili il "cappottino" è già confezionata "smoothly" e funziona in parte già a pieno regime,  e che volesse dare un gettito decente, - per un folle quanto irrilevante impiego in riduzione del debito e per il famoso innesco delle politiche vagheggiate da Renzi-, dovrebbe grosso modo attestarsi sul 15%, con (forse) una soglia di esenzione dei conti con attivi inferiori a 100.000 euro, o a 50.000 euro, o a chissà quanto.
Dipende dal concetto di "ricchezza sfrenata" e colposa che ci propineranno, come quando propugnano la riduzione delle centinaia di migliaia di pensioni superiori a 1500 euro al mese, giustificandole con quelle poche decine da 10.000 euro al mese, fruite da alcuni "amici" (o ex tali), in assenza di una contribuzione effettiva corrispondente (parliamo di contribuzioni figurative e virtuali concesse ai vari politici e grand commis, padri della Patria in servizio militante permanente).
Sia quel che sia,  arrotondiamo e facciamo che vogliano ottenere comunque un certo gettito, accomodando poi la base imponibile e le soglie di esenzione su questo risultato prefissato. Cioè, poi, in senso quella volta elargitivo, lo stesso metodo usato per la rivalutazione delle quote bankitalia: prima decido quanto voglio erogare di profitti (per modo di dire), alle banche private, poi capitalizzo sulla base di questo livello "a prescindere".
Arrotondando, diciamo che un "monte premi" che si estenda alle attività liquide in mano alle banche (cioè i comodi sostituti di imposta retribuiti a commissione), e forse esteso ai titoli del debito pubblico intestati a persone fisiche (quindi non a soggetti finanziari), - cosa che equivarrebbe a un consolidamento parziale "selettivo" a carico di gente certamente colpevole della "disoccupazione giovanile"- ,  darebbe una base imponibile "a spanne" di circa 1000 miliardi e un gettito di 150 (scontando, ripetiamo, una certa astuta fissazione delle soglie di esenzione).
Ora 150 miliardi di prelievo patrimoniale sulle attività liquide avrebbero i seguenti effetti:

a) una riduzione dei consumi pari a 13,5 miliardi ALMENO, essendo la propensione marginale USA assunta da Bankitalia alquanto riduttiva, e non correlata alle aspettative che il diverso assetto monetario e fiscale imposto dalla UEM innesca nella creazione di risparmio meramente di "riserva". Diciamo che più realisticamente si produrrebbe un calo recessivo dei consumi di almeno un punto di PIL;

b) un calo delle disponibilità per il pagamento di crediti in generale e di mutui immobiliari, in particolar modo, innescando un ulteriore incremento delle sofferenze bancarie..
Ciò determinerebbe un quasi esiziale fattore di instabilità del nostro sistema bancario, inducendo o lo Stato a trasferire il gettito di questo prelievo straordinario in salvataggi bancari, o, in omaggio al metodo Cipro istituzionalizzato dalla riforma bancaria UE, a procedere a ulteriori prelievi "forzosi" sui conti bancari privati (o a tutte e due le cose insieme);

c) un simultanea ulteriore situazione di minor domanda interna sul fronte immobiliare, che si sommerebbe alla sovraofferta che, autonomamente, è già in corso per via delle politiche fiscali attualmente intraprese, e comunque programmate in ulteriore inasprimento, di crescente tassazione patrimoniale (moltiplicazione dei titoli di imposizione e aumento legislativo delle basi imponibili). Da ciò: crollo dei prezzi immobiliari e aggiuntive insolvenze a catena di ogni forma di credito garantita da tali assets. E quindi sinergia distruttiva col punto b).
E perciò si avrebbe anche un'accelerazione di quella ulteriore perdita di consumi indicata da Stefano come conseguenza della propensione marginale al consumo della ricchezza immobiliare:  diciamo, attenendoci abbastanza moderatamente al suo calcolo, e ipotizzando un crollo dei prezzi immobiliari (aggiuntivo) del 10-15% sui valori attuali (già calanti), di un altro punto di PIL.

d) Insomma, solo sui consumi l'interazione distruttiva di una tale intelligente misura fiscale, inciderebbe con una recessione "diretta" di circa 2 punti di PIL (ottimistica e che esclude un effetto panico tra risparmiatori e sistema bancario: lì saremmo alla devastazione. Che però non è ragionevolmente escludibile)".
10. Ci pare interessante chiudere il cerchio riportando la risposta a una domanda ("perché distruggere l'Italia?") posta nei commenti seguiti al post appena citato (eravamo a febbraio 2014):
"La domanda è molto "essenziale": il fatto è che loro credono veramente non di distruggere ma di migliorare l'Italia.

La premessa da cui partono è che non c'è posto per l'Italia, nel suo tradizionale sistema industriale e culturale (ormai distrutti, effettivamente) nel mondo liberoscambista finanziarizzato, e che si sia creata una sola via di scampo: quella della compartecipazione assoluta con le mire dei grandi gruppi economico-finanziari che predeterminano gli assetti in Europa e in UE, ciò che implica una riorganizzazione sociale di base conforme ai loro obiettivi (cioè lo schema, già seguito in USA e Germania, del 99% appiattito dalla....curva di Phillips) e salvezza per "loro": cioè politici esecutori fedeli, executives bancari e industriali, residui che comunque si internazionalizzano, cui verrebbe sostanzialmente garantita una posizione di gestione "in nome e per conto" dei controllori sovranazionali del capitale finanziario.

L'unico elemento di incertezza è se una certa residua governance (una sorta di testa del "drago") di questo sistema di controllori sarà attribuibile ai tedeschi o agli USA (adde; il che è, ed è sempre stato, v.qui, p.5, a ben riflettere, un falso problema).

Ma gli obiettivi intermedi non mutano di molto, e come ho evidenziato, ormai la partita trascende persino quella della moneta unica.
La sua stessa conservazione o meno dipende dal raggiungimento degli obiettivi di strutturazione ordinamentale di questo predominio finanziario etero-diretto, al cui consolidamento potrà essere sacrificato lo stesso euro, al momento opportuno.

Ovviamente se ciò sarà utile per IL RILANCIO: allo stato cioè il trattato di liberoscambio interatlantico (seguendo lo schema: lo SME era in fondo sacrificabile purchè CONTESTUALMENTE, ne abbiamo la prova nelle date storiche, si avviassero mercato unico, criteri di convergenza e euro)".

martedì 17 ottobre 2017

NELL'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE NORMALI (ANCHE COL QE): IL NUOVO "FATE PRESTO"...IMPRATICABILE.

https://cibology.files.wordpress.com/2011/03/tacchi.jpg
Lo so: l'immagine è stata usata tante altre volte. Ma ci sta più che mai bene...

1. Zerohedge, basandosi sui dati Citi(group?) Research, fornisce alcuni interessanti dati su volumi e flussi del Quantitative Easing della BCE e sulle conseguenti prospettive che si aprono con il tapering, cioè con la progressiva discesa degli acquisti fino alla loro cessazione.

2. Gli acquisti totali, a partire dall'inizio del QE a marzo 2015, ammontano a 1,89 migliaia di miliardi di euro. Fino ad oggi, in questo stesso periodo, le nuove emissioni di titoli pubblici, nell'eurozona, sono ammontati (perciò) ad appena un quinto del volume degli acquisti; anzi, se si ha riguardo al più recente periodo (interno al QE "pieno") che parte dal 2016 e va fino all'inizio del tapering, il saldo netto delle nuove emissioni (rispetto all'estinzione di titoli alla loro scadenza naturale) è stato quasi pari a zero.

Già questo primo dato è piuttosto impressionante, dato che questo ha significato una rarefazione dei titoli progressivamente scambiabili sul mercato, prezzi che salgono di conseguenza, e investitori che, avendo venduto,- e dati i livelli raggiunti dai prezzi, e inversamente dai rendimenti divenuti negativi in termini reali-, hanno razionalmente indirizzato la liquidità altrove.

3. Perciò, prosegue Zerohedge, è importante anche vedere chi abbia venduto alla BCE, guadagnandoci con plusvalenze rispetto ai prezzi originari di acquisto, e dove abbia collocato i suoi soldi.
Il settore dei detentori privati dei titoli ha contribuito alle vendite per 1,5 miliardi (su 1,89).
In base ai dati BCE, sappiamo che le vendite (e quindi le plusvalenze) sono state in maggior misura effettuate dalle banche private, per un ammontare di 645 miliardi dall'inizio del QE, contribuendo così a più del 40% del declino della detenzione privata dei titoli.  Le vendite si sono appuntate per la maggior parte sui bond governativi, (293 miliardi) su altre emissioni finanziarie private (273 miliardi), mentre le obbligazioni delle imprese non finanziarie, e assimilabili, sono state vendute solo per 70 miliardi. 
A parte le banche, Citi stima che mentre gli investitori non residenti nell'eurozona hanno venduto, dal marzo 2015, 400 miliardi, il settore non-bancario dell'eurozona ha coperto il rimanente ammontare di 795 miliardi (beninteso, residuo rispetto ai 645 miliardi venduti dal settore bancario). 
Questo smentisce l'idea predominante che le vendite alla BCE siano state effettuate prevalentemente da "stranieri", poiché la maggior parte delle cessioni del settore non bancario sono venute da investitori domestici. Se a ciò, appunto, si aggiunge quanto venduto dalle banche dell'eurozona, diviene chiaro che la gran parte dei 1500 miliardi di vendite "private" alla BCE, è stato compiuto da residenti nell'eurozona.

4. Zerohedge, si pone quindi la domanda: dove sono andati questi soldi?
Gli indicatori "Citi" mostrano che la massa del differenziale di liquidità (rispetto all'impiego precedente in titoli soggetti al QE), guardando al 2014, si è convertito in un aumento del tasso di accumulo sui depositi (pura preferenza per la liquidità in presenza di tassi prossimi allo zero e tendenzialmente negativi in termini reali, tanto più se con "moderate" aspettative di rialzo dell'inflazione, che avrebbe dovuto essere l'obiettivo dichiarato del QE), e in flussi di investimento esterni all'eurozona! 
Con buona pace dei "piani Juncker", nonché della "colpevolizzazione" degli italiani per il fatto di tenere i soldi liquidi, come hanno fanno, diffusamente, tutti gli altri risparmiatori dell'eurozona (e infatti, il vertice di Tallin di questa estate stava già ipotizzando le "contromisure"... un po' pesantucce). 

5. Comunque, prosegue Zerohedge, dall'inizio del QE, l'accumulazione nei depositi è proseguita, ma sono cresciuti gli acquisti di equities (cioè di azioni, com'era ovvio e, d'altra parte, previsto) e specialmente gli investimenti all'estero, secondo una tendenza marcatamente accelerata durante il 2017 (com'è altrettanto ovvio per un'eurozona che, nel suo complesso, accumula saldi positivi nel saldo commerciale e che, simultaneamente, non riesce veramente ad uscire dalla bassa inflazione "core" (v.qui, p.9), cioè al netto della volatilità dei prezzi delle importazioni di petrolio e materie prime).


6. Domanda finale di Zerohedge: con la BCE ormai orientata al tapering, con annunci "ballon d'essai" sul taglio dei suoi acquisti mensili della metà o più, cosa è in procinto di accadere ora che la stessa BCE potrebbe effettivamente ridurre gli acquisti ben oltre il 50%?  Le "famiglie" (privati non finanziari) venderanno più o meno obbligazioni, e cosa accadrà ai rendimenti? 
La risposta a questa domanda, che Zerohedge pone in modo volutamente angoscioso (quasi retorico), non è difficile da immaginare. Disaggregando per i singoli Stati dell'eurozona i dati sugli acquisti prossimi alla cessazione del QE (per quanto progressiva), il risultato è quello di una risalita - non può predirsi esattamente quanto progressiva o, piuttosto, repentina e da quando- dei rendimenti dei titoli del debito pubblico per i paesi, tra cui "tradizionalmente" l'Italia, soggetti agli spread (cioè ai differenziali, sul prezzo di collocamento, rispetto ai bund tedeschi).

7. Ora, in condizioni fisiologiche, questi spread, come abbiamo visto, dovrebbero essere determinati prevalentemente dalla posizione netta sull'estero (indicatore, teoricamente fondamentale, rispetto al quale l'Italia non è messa poi così male, v. l'ultimo Bollettino di Bankitalia, pag.12 che segnala una continua riduzione, arrivata, al primo trimestre del 2017, a -226,1 miliardi, cioè a qualcosa di meno del 14% del PIL, con un miglioramento di oltre 10 punti rispetto al fatidico 2011).
Ma nell'eurozona, cioè nel gold standard in cui le correzioni degli squilibri di competitività, (interni all'area valutaria sub-ottimale, cioè con esplicito "divieto" di trasferimenti), sono affidate esclusivamente alla riduzione del costo del lavoro perseguita tramite austerità fiscale, non c'è nulla di fisiologico: l'armonizzazione "spontanea" della competitività interna all'eurozona, infatti, è stata compromessa dalle preventive politiche di deflazione salariale tedesche (sempre qui, p.2) e ogni "inseguimento" da parte degli altri paesi, inclusa la Francia, passa per la mera applicazione dell'aggiustamento fiscale-deflattivo, ben spiegato da Draghi (qui, p.1), che, però, risulta contemporaneamente distruttivo della capacità industriale interna e, quindi, irreversibilmente riduttivo dello stock di capitale produttivo e della connessa occupazione. Con un più che ovvio epifenomeno di fallimenti a catena e di conseguenti insolvenze bancarie di imprese, private aggiuntivamente della domanda interna, e famiglie (qui, pp.8-10), private dell'occupazione e quindi del reddito. Dall'austerità espansiva

8. Solo che, ora, queste insolvenze divengono un regime autoritativamente amministrato dall'€uropa, quello dei c.d NPL, all'interno dell'Unione bancaria: ne abbiamo parlato tante volte. 
Il tapering, opportunamente, verrà modulato in modo da incidere più tangibilmente nel dopo-elezioni italiane, semplicemente perché, sul piano politico, sono di gran lunga le più importanti, essendo l'ital-tacchino il piatto forte del menu dell'eurozona e di ogni "fate presto!"

9. Ma rimane il fatto che la BCE ha già iniziato a inasprire i requisiti sugli accantonamenti di capitale corrispondenti al deprezzamento in bilancio delle sofferenze posti essenzialmente a carico del sistema bancario italiano (i valori di bilancio dei ben più incerti strumenti derivati nel bilancio del sistema bancario tedesco, non sono stati sostanzialmente toccati: andrebbero bene così, mark to fantasy, con l'Imprimatur della vigilanza BCE!). 
Quindi, per quanto moralmente tentati, e scientificamente non attrezzati a comprenderlo, i banchieri italiani "fiutano" che al prossimo aumento degli spread sarà difficile, anzi controproducente per i  loro interessi patrimoniali e, ancor più, per la preservazione del loro controllo societario, invocare un nuovo "fate presto" che, via austerità" fiscale, induca un nuovo dilagare delle sofferenze (sicuramente soggette alle nuove regole BCE).
La totale falsità (usiamo la definizione di Milton Friedman) del debito pubblico come primo dei problemi italiani, potrebbe, anzi, dovrebbe, in un'ottica di istinto di sopravvivenza del nostro sistema bancario (se pure è rimasto), risultare un'arma spuntata. Anzi: una spada senza elsa, che ferisce pure chi la impugna.

10. In pratica, lo spread, in un'eurozona depurata dalla droga del QE, si lega ad un parametro, o meglio, ad un'aspettativa, ben diversa da quella relativa all'andamento della PNE: i mercati tendono a prezzare la stupidità (Prodi dixit) dell'eurozona e dei suoi parametri fiscali, per paesi, altrimenti sani, come l'Italia e, quindi, la prospettiva di dover abbandonare la valuta unica e il conseguente ritorno a una moneta nazionale, che, in ipotesi, dovrebbe svalutarsi (ma ormai non è pronosticabile di quanto, in una valutazione seria e non terroristica) rispetto alle altre valute di scambio internazionale, come il dollaro o, molto teoricamente, al wannabe euro che si vorrebbe capace di sopravvivere senza l'Italia (che sarebbe sempre più un marco, prima sottovalutato, ma poi, a seguito dell'Ital€xit, da rivalutarsi).
E' bene rammentare queste prospettive, che si affacciavano nel 2011-2012, naturalmente al di fuori del "fate presto!" del mainstream. 
"Un altro fate presto" non è possibile: a meno che anche il Quarto Partito (qui. p.2) non voglia suicidarsi
E' questa la novità che incombe sulle elezioni italiane, cioè su tutti gli italiani, per il 2018...

domenica 15 ottobre 2017

SOVRANISMO E PATRIOTTISMO: IL LINGUAGGIO DELLA COSTITUZIONE E L'AUCTORITAS DEL BIS-LINGUAGGIO


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http://donnasarda-galleria.softfobia.com/medias/4/uid_1598fb3f23a.640.355.jpg
1. Puntuale, dalle recenti parole del Presidente del Consiglio, è arrivata al conferma di quanto avevamo evidenziato nello scorso giugno.
Ci pare infatti interessante riportare le parole di Gentiloni di solo una settimana fa (ne esiste una sintesi concorde nelle varie fonti mediatiche, che riportano comunque il video del discorso, a scanso di ogni malinteso):
Gentiloni: sovranismo non c'entra niente col patriottismo "Il revival di questo sovranismo, inteso come ostilità verso i vicini non ci coinvolgerà, non coinvolgerà l'Italia", aggiunge:
'Il consolidamento della nostra identità nazionale - dice il Presidente del Consiglio - è un percorso molto importante, ma non ha nulla a che fare con le spinte sovraniste. Questo patriottismo contemporaneo non ha nulla a che fare con ostilità nei confronti di altre culture e di altri popoli'.
2. Certo, a far sorgere l'equivoco sul concetto di sovranismo contribuisce in modo determinante la difficoltà, squisitamente "culturale", di non saper definire la sovranità, nazionale italiana, in relazione alla sua espressa enunciazione normativa fattane in Costituzione (e nei lavori dell'Assemblea Costituente). Esistono, infatti, più accezioni sostanziali del concetto di sovranità, ferma restando la natura descrittiva, del potere statale, che svolge la definizione generale di sovranità, in termini di originarietà e autolegittimazione: caratteri che si eprimono in "indipendenza" (del potere statale) verso l'esterno, cioè verso gli altri soggetti di diritto internazionale (comprese le organizzazioni internazionali, specialmente se di natura economica), e "supremazia" all'interno di quell'elemento costitutivo dello Stato che è il territorio (v. qui; pp.6-9). 
Se la "forma di Stato" in cui si inserisce tale concetto descrittivo della sovranità è quella della democrazia sociale, costituzionalizzata, i fini e i valori a cui sarà vincolato l'esercizio della sovranità saranno quelli dell'eguaglianza sostanziale dei suoi cittadini e dell'intervento attivo dello Stato nel garantirla.
Se invece, si sarà in presenza di una forma di democrazia liberale, si avranno solo libertà c.d. "negative" e fini a valori che orientano il potere di supremazia statale (cioè la sovranità), esclusivamente a realizzare l'economia di mercato, e gli interessi, unici "meritevoli di tutela", di chi promuove e controlla tale mercato (qui, pp.10-14).

3. Ribadisco e riassumo questi concetti perché, pur essendo scontati (almeno nel costituzionalismo giuridico prevalente in Italia più o meno fino alla fine degli anni '70), rimangono oscurati (e sicuramente incompresi) nel dibattito politico-istituzionale attuale e ci pare che spieghino, in larga parte, l'impostazione data al discorso da Gentiloni. 
Avendo riguardo agli artt. 1, 3 capoverso, 4 e 5, della Costituzione, un dualismo tra patriottismo e sovranismo non ha alcun senso, né storico né, tantomeno, giuridico. 
La Patria menzionata in Costituzione all'art.52 Cost., costituisce solo una proiezione necessitata della "sovranità che appartiene al popolo" (art.1 Cost.) la quale non può che svolgersi (fisicamente, per quanto è fisica l'esistenza degli esseri umani) in relazione a un territorio, in cui si riconosce la propria radice e la propria appartenenza, e di cui è perciò "sacro dovere" difendere i confini (senza i quali non sarebbe possibile definire lo stesso territorio di appartenenza e la stessa "giurisdizione" geografica della sovranità popolare).

4. Cosa ci sia di ostile nei confronti di altre culture e di altri popoli nella sovranità popolare del lavoro (art.1 Cost.),  "che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art.11 Cost.), e che postula il sacro dovere di difendere la Patria posto a carico di "ogni cittadino" (art.52 Cost.), non è agevole da comprendere.
Tanto più che anche una riaffermazione della sovranità legata alla contrarietà alla immigrazione illimitata e priva di regole democraticamente conformi alla Costituzione, ha una sua ben precisa legittimazione nel fatto che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, e che, allineandosi perfettamente la nostra Costituzione, sotto questo aspetto, con il fondamentale ius cogens internazionale (art.23 della Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo", cioè affermazione del diritto al lavoro e allo Stato sociale come principale dei "diritti umani", qui, p.6), si abbia chiaro che  "I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell'immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo..." (qui, p. 8).

5. Al momento, purtroppo, non ci pare che questo equivoco, sulla presunta contrapponiblità giuridico-costituzionale, dei concetti di "sovranismo" (genus) e "patriottismo" (sua "species"), sia superabile. 
E nemmeno perciò sarà superabile il meccanismo mediatico-politico, di neutralizzazione del linguaggio a difesa della democrazia che ci offre la Costituzione italiana, che deriva da questa artificiosa contrapposizione.

5.1. Svolte queste premesse, dovrebbe essere chiaro perché l'attuale, diciamo, "nominalismo", del dibattito politico italiano, conduce alle conseguenze che avevamo così preavvertito a giugno:
"...ormai il termine "sovranismo" è considerato impraticabile perché i media e le "voci autorevoli" mainstream" hanno deciso che esso equivale a fascismo-xenofobia e quindi....ci si adegua e si rinuncia all'uso, prima ancora che del lemma (significante), del concetto stesso (significato), dando all'ipotizzato avversario il vantaggio di determinare la "tua" agenda a suo piacimento, godendo, grazie a un pervasivo controllo mediatico, di un potere di interdizione praticamente illimitato. 
E questo secondo la migliore tradizione orwelliana del totalitarismo: bisogna privare chi eserciti qualunque forma anche larvale di dissenso, delle stesse parole per definire "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Se ci si vergogna del "sovranismo", id est di autodefnirsi apertamente sul concetto di sovranità democratica del lavoro, si accetta che ciò che è insito nell'art.1 Cost. (e naturalmente in tutti i coordinati altri principi fondamentali della Costituzione che ne derivano), venga connotato secondo la convenienza politica dell'ordine internazionale del mercato, e si è sconfitti in partenza senza colpo ferire
La riprova? Se questa sostanza rivendicativa fosse ridenominata "patriottismo", - oltre che essere costretti ad usare un vocabolo non ancorato prioritariamente al dictum costituzionale- il mainstream del controllo mediatico-culturale, avrebbe buon gioco a "traslare" le stesse critiche e gli stessi anatemi su tale terminologia. 

Quello che conta è l'accettazione di un'auctoritas definitoria del "linguaggio" (o meglio bis-linguaggio) legittimamente utilizzabile nella dialettica politica, riconosciuta a chi questa dialettica vuole mantenerla a livello cosmetico e rendere, appunto perciò, il processo elettorale idraulico."

5.2. In questo contesto, che è, non può che essere, quello della legalità costituzionale, è altrettanto ovvio che sovranismo non può essere quello che disconosce il fondamento della sovranità nella tutela del lavoro e nella difesa dell'integrità dei confini nazionali.

venerdì 13 ottobre 2017

NUOVA LEGGE ELETTORALE: L'ELISSI A DIFESA DEL SIST€MA


http://slideplayer.it/slide/2610913/9/images/43/Ellissi+%C3%88+la+omissione+di+una+o+pi%C3%B9+parole+che+si+possono+facilmente+intuire+dal+contesto.+Fuori+(Al+posto+di+Andate+fuori+di+qui+).jpg
Ma se volete essere più "precisi" potrebbe trattarsi di sineddoche: si dice governabilità per indicare "vincolo €sterno"...

https://image.slidesharecdn.com/lefigureretoricheenzagrasso-140116164350-phpapp01/95/le-figure-retoriche-per-la-scuola-media-15-638.jpg?cb=1389891016

1. I comuni cittadini, nonché elettori, hanno bisogno di chiarezza, oggi più che mai. Il clamore variamente suscitato dalla nuova legge elettorale in corso di approvazione, è la dimostrazione di questa manifesta esigenza.
Riteniamo di poter dare un poco di maggior chiarezza andando alle origini (più recenti) della traiettoria che sta conducendo a questa approvazione. Non è un discorso semplice perché i "centri di irradiazione" che dettano il pensiero mainstream infuso all'opinione pubblica hanno costruito un sistema di controllo para-orwelliano estremamente complesso (nelle apparenze). Il tutto, in modo costante, si svolge attraverso la figura logico-retorica dell'elissi (cioè della definizione del "reale" che si esprime in proposizioni in cui viene omesso un concetto fondamentale necessariamente implicito).

2. La miglior comprensione dell'attuale situazione politico-istituzionale si può in buona parte raggiungere dalla verifica di ciò che ebbe veramente a dire la sentenza della Corte costituzionale n.35 del 2017 sulla legge elettorale "Italicum",
Per i veri "cultori" della materia suggerisco di leggere i punti di "diritto" .3.1. e (!!!) 3.3., relativi alla condizione di "rilevanza" delle questioni di costituzionalità sollevate in relazione all'interesse ad agire nei giudizi "a quibus".

2.1. E giacché ci stiamo, nella lettura della sentenza è interessante anche vedere cosa sia stato effettivamente detto sul meccanismo del "ballottaggio" al punto p.9.2. e ve lo riporto. Notare un aspetto che ci torna utile alla comprensione delle "vere" conseguenze della sentenza della Corte, su ciò che avrebbero potuto fare poi, il Parlamento, sulla disciplina elettorale: sostanzialmente, ballottaggio "sì", ma se all'interno di sistema elettorale maggioritario con collegi uninominali di ridotte dimensioni:
"È necessario sottolineare che non è il turno di ballottaggio fra liste in sé, in astratto considerato, a risultare costituzionalmente illegittimo, perché in radice incompatibile con i principi costituzionali evocati. In contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3 e 48, secondo comma, Cost. sono invece le specifiche disposizioni della legge n. 52 del 2015, per il modo in cui hanno concretamente disciplinato tale turno, in relazione all’elezione della Camera dei deputati.
Il turno di voto qui scrutinato – con premio assegnato all’esito di un ballottaggio in un collegio unico nazionale con voto di lista – non può essere accostato alle esperienze, proprie di altri ordinamenti, ove al ballottaggio si ricorre, nell’ambito di sistemi elettorali maggioritari, per l’elezione di singoli rappresentanti in collegi uninominali di ridotte dimensioni. In casi del genere, trattandosi di eleggere un solo rappresentante, il secondo turno è funzionale all’obbiettivo di ridurre la pluralità di candidature, fino ad ottenere la maggioranza per una di esse, ed è dunque finalizzato, oltre che alla elezione di un solo candidato, anche a garantirne l’ampia rappresentatività nel singolo collegio
...
Merita, infine, precisare che l’affermata illegittimità costituzionale delle disposizioni scrutinate non ha alcuna conseguenza né influenza sulla ben diversa disciplina del secondo turno prevista nei Comuni di maggiori dimensioni, già positivamente esaminata da questa Corte (sentenze n. 275 del 2014 e n. 107 del 1996). Tale disciplina risponde, infatti, ad una logica distinta da quella che ispira la legge n. 52 del 2015. È pur vero che nel sistema elettorale comunale l’elezione di una carica monocratica, quale è il sindaco, alla quale il ballottaggio è primariamente funzionale, influisce in parte anche sulla composizione dell’organo rappresentativo. Ma ciò che più conta è che quel sistema si colloca all’interno di un assetto istituzionale caratterizzato dall’elezione diretta del titolare del potere esecutivo locale, quindi ben diverso dalla forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione a livello nazionale".  

3. Ma il punto oggi divenuto più attuale è quello della presunta "prescrizione" della Corte relativa all'esigenza di adottare una legge elettorale omogenea per i due rami del parlamento. Deduzione, da parte di media e politica, che si rivela molto meno vera di quanto non abbiano apertamente sostenuto...
Infatti, sul raccordo delle due leggi elettorali la Corte nega di doversene occupare, con questi eloquenti passaggi in cui l'invito finale, proprio per non essere contraddittorio con le motivazioni dei "punti" appena precedenti, si limita a una generica direttiva che, si badi bene, non riguarda la  adozione di sistemi elettorali omogenei (che comunque sarebbe stata, in questo passaggio finale, "meramente auspicata", cioè non oggetto dell'effetto conformativo della sentenza obbligatorio per il legislatore), quanto il più blando "auspicio" di sistemi elettorali che,"pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee":
"14.– Il Tribunale ordinario di Messina sospetta l’illegittimità costituzionale di due disposizioni del d.lgs. n. 533 del 1993, relativo all’elezione del Senato, e in particolare degli artt. 16, comma 1, lettera b), e 17, i quali stabiliscono la percentuale di voti che le coalizioni di liste e le liste non collegate devono conseguire, in ciascuna Regione, per accedere al riparto dei seggi.
Nel proprio percorso argomentativo, particolarmente sintetico, il giudice a quo, dapprima ricorda che le disposizioni relative alle soglie di sbarramento previste dal vigente sistema elettorale del Senato hanno contenuti diversi rispetto a quelli previsti dalla legge elettorale n. 52 del 2015 per l’elezione della Camera, e che tale differenza pregiudicherebbe l’obbiettivo della governabilità, potendosi formare maggioranze non coincidenti nei due rami del Parlamento. Quindi, assume la non manifesta infondatezza della questione, per violazione degli artt. 1, 3, 48, secondo comma, 49 e 51 Cost., limitandosi a ricordare che la sentenza n. 1 del 2014 di questa Corte, nel dichiarare l’illegittimità costituzionale della disciplina relativa al premio di maggioranza per il Senato, aveva affermato che quella disciplina comprometteva il funzionamento della forma di governo parlamentare.
14.1.– Così formulata, la questione è inammissibile, per insufficiente motivazione sulla non manifesta infondatezza e oggettiva oscurità del petitum.
Il rimettente solleva questioni di legittimità costituzionale sulle disposizioni che prevedono le soglie di sbarramento per l’elezione del Senato senza confrontare tali soglie con quelle introdotte dalla legge n. 52 del 2015 (che neppure cita), per poi dedurne che la diversità dei due sistemi elettorali pregiudicherebbe la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, in asserita lesione dei parametri costituzionali ricordati.
Non illustra, tuttavia, le ragioni per cui sarebbero le diverse soglie di sbarramento, e non altre, e assai più rilevanti, differenze riscontrabili tra i due sistemi elettorali (ad esempio, un premio di maggioranza previsto solo dalla disciplina elettorale per la Camera), ad impedire, in tesi, la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento.
Lamenta, inoltre, la lesione di plurimi parametri costituzionali (gli artt. 1, 3, 48, secondo comma, 49 e 51 Cost.), dai contenuti e dai significati all’evidenza diversi, senza distintamente motivare le ragioni per le quali ciascuno sarebbe violato. Per costante giurisprudenza di questa Corte (ex multis, sentenze n. 120 del 2015, n. 236 del 2011; ordinanze n. 26 del 2012, n. 321 del 2010 e n. 181 del 2009), tuttavia, non basta l’indicazione delle norme da raffrontare, per valutare la compatibilità dell’una rispetto al contenuto precettivo dell’altra, ma è necessario motivare il giudizio negativo in tal senso e, se del caso, illustrare i passaggi interpretativi operati al fine di enucleare i rispettivi contenuti di normazione.
La singolarità della prospettazione risiede anche nella circostanza che essa non chiarisce quale delle due diverse discipline, quanto all’entità delle soglie di sbarramento, dovrebbe essere uniformata all’altra; mentre sembra sfuggire al rimettente che l’ipotetico accoglimento della questione sollevata condurrebbe semplicemente alla caducazione delle censurate disposizioni della legge elettorale del Senato, derivandone il permanere di una distinta diversità tra i due sistemi: nessuna soglia di sbarramento a livello regionale nella disciplina del Senato, e il mantenimento di una soglia del 3 per cento, calcolata a livello nazionale, per la Camera". 

3.1. Commento "essenziale": sul punto, invece, la Corte, - cui non mancano (come si può vedere dai passaggi precedenti della stessa sentenza e dal solco giurisprudenziale in cui si inserisce) strumenti raffinati di superamento dell'inammissibilità "in prospettazione"-, avrebbe ben potuto fare una sentenza di accoglimento (o anche di reiezione) c.d. interpretativo-manipolativa: ad es (ex multis); avrebbe potuto stabilire che le disposizioni dell'Italicum, oggetto del giudizio, fossero illegittime nella parte in cui prevedono soglie non coincidenti con quelle stabilite nella disciplina del "Porcellum" residuo, cioè quale risultante dalla relativa decisione della stessa Corte n.1/2014.

3.2. Ancora, analoghe considerazioni e meccanismi decisionali, potevano essere richiamati sul punto seguente:
15.– Il Tribunale ordinario di Messina solleva, infine, questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 35, della legge n. 52 del 2015, in virtù del quale le disposizioni contenute nel medesimo art. 2, cioè quelle che apportano modifiche al d.P.R. n. 361 del 1957, ridisegnando il sistema per l’elezione della Camera dei deputati, si applicano a decorrere dal 1° luglio 2016.
Il giudice a quo ritiene che tale previsione violi gli artt. 1, 3, 48, primo comma, 49, 51, primo comma, e 56, primo comma, Cost., in quanto, «in caso di nuove elezioni a legislazione elettorale del Senato invariata (pur essendo in itinere la riforma costituzionale di questo ramo del Parlamento), si produrrebbe una situazione di palese ingovernabilità, per la coesistenza di due diverse maggioranze».
Il rimettente ha sollevato la questione in epoca antecedente (17 febbraio 2016) all’approvazione in sede parlamentare (avvenuta in data 12 aprile 2016) del disegno di legge di revisione costituzionale finalizzato, tra l’altro, alla trasformazione del Senato della Repubblica e al superamento dell’assetto bicamerale paritario. Alla data dell’ordinanza di rimessione, la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati era già entrata in vigore. Il legislatore, ipotizzando una rapida conclusione del procedimento di revisione costituzionale, e al fine di evitare la compresenza di due sistemi elettorali diversi, aveva disposto che tale legge fosse applicabile a decorrere dal 1° luglio 2016.
Il giudice a quo, con prospettazione peraltro molto sintetica, censura proprio la scelta legislativa di differire l’efficacia delle nuove disposizioni al 1° luglio 2016, anziché all’effettiva conclusione del procedimento di revisione costituzionale. Tale scelta è ritenuta lesiva dei parametri costituzionali ricordati, poiché consentirebbe, da quella data, che i due rami del Parlamento siano rinnovati con due sistemi elettorali differenti, sul presupposto che questa difformità possa produrre maggioranze parlamentari non coincidenti.
15.1.– La questione è inammissibile.
Il rimettente si limita a sottoporre a generica ed assertiva critica la diversità tra i due sistemi elettorali, senza indicare quali caratteri differenziati di tali due sistemi determinerebbero «una situazione di palese ingovernabilità, per la coesistenza di due diverse maggioranze».
La mera affermazione di disomogeneità è insufficiente a consentire l’accesso della censura sollevata allo scrutinio di merito e alla identificazione di un petitum accoglibile.
In secondo luogo, i parametri costituzionali la cui lesione è lamentata (ossia gli artt. 1, 3, 48, primo comma, 49, 51, primo comma, e 56, primo comma, Cost.) sono evocati solo numericamente, senza una distinta motivazione delle ragioni per le quali ciascuno sarebbe violato. Vale anche in tal caso il richiamo alla giurisprudenza costituzionale (citata supra, punto 14) che sottolinea come non sia sufficiente l’indicazione delle norme da raffrontare, per valutare la compatibilità dell’una rispetto al contenuto precettivo dell’altra, ma sia necessario motivare il giudizio negativo in tal senso e illustrare i passaggi interpretativi operati al fine di enucleare i rispettivi contenuti di normazione.
Peraltro, non è nemmeno lamentata dal rimettente la lesione delle due disposizioni costituzionali che dovrebbero necessariamente venire in considerazione (cioè gli artt. 94, primo comma, e 70 Cost.) laddove si intenda sostenere che due leggi elettorali «diverse» compromettano, sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione repubblicana, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere, sia l’esercizio della funzione legislativa, attribuita collettivamente a tali due Camere". 

3.3. Commento "essenziale": anche in questo caso, data l'evidente irragionevolezza del meccanismo denunciato dal giudice remittente, alla Corte non mancavano gli strumenti di qualificazione del petitum e della "prospettazione" della questione ad essa rimessa, e, adeguandosi a un comune sentire espresso peraltro anche dal Presidente della Repubblica, ben avrebbe potuto scendere nel merito (superando questioni di "momento" della remissione tutto sommato secondarie, sotto il profilo della "rilevanza") e reinterpretare la clausola di differimento dell'entrata in vigore dell'Italicum in senso sostanziale e "ragionevole" (art.3 Cost.), facendone quello che, in fondo, è sempre stata sul piano logico-applicativo: una clausola risolutiva dell'efficacia dell'intera disciplina dell'Italicum in coincidenza con l'evento, certus quando e incertus an, della mancata approvazione al referendum della riforma costituzionale, a cui tale legge elettorale era stata espressamente e univocamente legata dal legislatore.
Questa rilettura, sostanzialmente ragionevole e non certo sgradita alla posizione sostanziale che si deve necessariamente attribuire agli auspici del Presidente della Repubblica, intesi alla luce della mancata approvazione referendaria, nota alla Corte al momento della deliberazione della sentenza, avrebbe impedito in modo assorbente dubbi e conflitti intorno all'adozione della legge elettorale "omogeneizzante", se non altro perché il "Consultellum" (Porcellum emendato dalla Corte), sarebbe risultato l'unica legge elettorale immediatamente applicabile, adottando gli stessi accorgimenti suggeriti dalla stessa Corte nella sentenza n.1/2014.

3.4. Ma probabilmente, su questi punti, ha prevalso la preoccupazione che le forze dell'opposizione spingessero per un immediato ricorso alle urne, anticipando la fine della legislatura.
Ma questa è una preoccupazione extra-constitutionem e, più che altro, oggettivamente eccessiva e addirittura infondata, considerato sia l'interesse prevalente dei parlamentari a rimanere in carica più a lungo possibile (con maturazione del vitalizio inclusa), sia la forza coesiva (e condivisa dalle forze della maggioranza ma anche della prevalente opposizione), - a supporto del governo-, del volere mostrare all'€uropa la capacità italiana di adeguarsi alle direttive fiscali dell'eurozona (preoccupazione che, ad es; non può certo dirsi non condivisa dalle formazioni di Pisapia o Bersani): si tratta della manovrina correttiva imposta dalla Commissione nella primavera del 2017, e, naturalmente, della legge di stabilità per il 2018, che nessuno voleva, e vuole, intestarsi se non come ossequio rituale, TINA al " ce lo chiede l'€uropa".

4. Tutto questo, dunque, ci porta al passaggio finale della sentenza della Corte, che mostra, tuttavia, come l'adozione di una legge "omogenea" non fosse stata comunque ritenuta dalla Corte un'esigenza assoluta, - tantomeno se contenuta in un mero "auspicio", il cui contenuto è appunto quello più sfumato delle (mere) "maggioranze parlamentari omogenee":
"15.2.– Fermo restando quanto appena affermato, questa Corte non può esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum ex art. 138 Cost. del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive.
In tale contesto, la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee"

5. Speriamo quindi che il chiarimento appena svolto, sulla base dell'esame della sentenza della Corte, sia sufficiente a far capire meglio le reali premesse politiche della legge elettorale (Rosatellum 2?) attualmente in approvazione: la questione è più lunga da leggere (essendolo, lunga, la sentenza della Corte) di quanto non risulti concettualmente complicata.
Sullo sfondo, come risulta evidentissimo, rimane sempre una questione non esplicitata ma centrale
Le istituzioni di garanzia e di vertice politico, in pratica il sistema istituzionale complessivo, rimangono sempre ancorate a una prioritaria, se non unica preoccupazione: ribadire gli obblighi derivanti dall'appartenenza della Repubblica all'Unione economica e monetaria europea, per usare un'espressione costantemente richiamata dalle stesse sentenze della Corte (per giustificare altre sentenze "creative").
Dunque, lo scenario politico italiano risulterebbe incomprensibile se non si menziona, o almeno non si comprende, questa priorità assoluta (nuova Grund-Norm di aperta de-costituzionalizzazione ordinamentale).

6. Ed è lo stesso vizio da ellissi, cioè da omissione nel discorso di un concetto fondamentale "che si è obbligati a sottintendere",  che caratterizza, e depotenzia, questa analisi dell'Annunziata sull'Huffington Post di cui riporto i passaggi fondamentali. Appaiono descrittivi di una profonda crisi del Parlamento, ma omettendo (qui l'elissi) che questo effetto è già insito nei dichiarati scopi originari, poi rafforzati e portati alle estreme conseguenze, dell'appartenenza all'Unione economica e monetaria europea:
"Legislatura anomala, votata sotto i colpi di una totale rivolta contro il sistema (...?), tra vaffa lanciati come pietre e rottamazioni imbracciate come clava; continuata nel segno dell'evaporazione delle frontiere (fra idee e partiti) e dell'assottigliarsi delle regole; insomma la XVII legislatura della Repubblica italiana che ha avuto inizio venerdì 15 marzo 2013 è di fatto finita oggi, coerentemente con il suo inizio: con un'ennesima lacerazione.

La legge elettorale è stata approvata alla Camera con ricorso alla fiducia, superando il passaggio più difficile. Il voto è avvenuto alla vigilia del decennale del Pd, festeggiato senza (fra gli altri) Romano Prodi, che è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito democratico, e poi presidente dell'Assemblea costituente nazionale del partito.

Divina dissonanza, o meravigliosa coincidenza: in fondo la battaglia intorno e dentro il Pd è stata la storia che ha percorso tutta la legislatura, e il suo cambio di pelle è stato davvero il segnale di un cambiamento dei tempi.

L'approvazione di una legge elettorale in queste circostanze prepara una campagna elettorale avvelenata. Ci sono pochi dubbi infatti che, qualunque sia il giudizio che si vuol dare di questa mossa – e il mio è negativo – il ricorso alla fiducia per l'approvazione delle leggi elettorali è un evento eccezionale, avvenuto solo quattro volte nella storia repubblicana. Due di queste quattro sono avvenute in questa legislatura: un altro indicatore, se ce n'era bisogno, che questa è stata una legislatura fra le più instabili.
...
È in questa identità malata del Parlamento, nell'estrema crisi di questa istituzione, che va cercata oggi l'origine e la ragione del passo finale di queste ore.
Intanto, dal 2013, abbiamo contato tre premier non eletti: Letta, Renzi , Gentiloni – più Bersani che ha vinto il voto ma non ha avuto incarico.
...
Non sorprende che per governare una tale confusa identità collettiva, la fiducia sia stata usata in maniera muscolare: 98 volte dai 3 governi.
Invocata per ben il 51% delle leggi dal governo Gentiloni: incluso il voto per il Rosatellum, vi ha fatto ricorso 22 volte. Il precedente esecutivo Renzi ha usato 66 voti di fiducia, cioè per il 26% delle leggi approvate. Letta ha usato la fiducia 10 volte, per il 27% delle leggi passate.
Tutti questi numeri portano a una conclusione ovvia: la fiducia sulla legge elettorale che chiude la porta su questa legislatura è una scelta che è quasi un'abitudine. Frutto degli sconquassi, e delle forzature, degli assalti e della delegittimazione del Parlamento. È una scelta che svela la fragilità che ha percorso l'intero assetto di questo ultimo quinquennio politico – una storia di questo periodo molto diversa dalle retoriche ufficiali.
Ma non solo di questo si tratta. La fretta di approvare la legge nasce da una fragilità ma ha uno scopo chiaro: aggirare questa incertezza per affermare un meccanismo di autodifesa degli assetti di sistema".

Ecco: tutto sta nell'intendersi anzitutto sulle, ormai dimenticate (più precisamente: "passate in cavalleria"), vere ragioni della delegittimazione costituzional-legalitaria di questa Legislatura. Ma, poi, anche prendendosi atto del fatto ormai compiuto (durata intera della stessa Legislatura), tutto sta nell'intendersi sulle vere cause della "identità malata del Parlamento", "malattia" che, se si aderisce a l'€uropeismo "salvifico" (?), deve, per coerenza, essere ritenuta un successo, e, di conseguenza, anche intendersi su quale "sistema" si sia attivato "il meccanismo di autodifesa".
Non certo quello della legalità costituzionale e, come non possiamo più permetterci di NON capire, della sovranità democratica del lavoro. Proprio del "lavoro": art.1, 4, e 35 ss della Costituzione.